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10 cose #socialfoodewine da fare a Cuneo

written by LaSalsaAurora dicembre 24, 2014

La tappa cuneese del #Piemonte #socialfoodewine, progetto di storytellig territoriale ideato e realizzato da BITEG-Borsa Internazionale del Turismo Eno-Gastronomico, Sviluppo Piemonte Turismo e Carlo Vischi, ci ha condotto alla scoperta di importanti realtà enogastonomiche di una cittadina graziosa e sottovalutata, ricca di tradizioni e della capacità straordinaria di trainarle nel presente senza mutarne il fascino retrò.
Tra fabbriche di cioccolato, set cinematografici e birrifici visionari, ecco la nostra lista delle

10 cose very #socialfoodewine di Cuneo e dintorni

1) Passeggiare sotto i portici

Va bene pensare al cibo, ma nessun prodotto ha senso se non lo si inserisce nel proprio contesto: è l’abc di #socialfoodewine e del Salsa pensiero 🙂
La piccola Cuneo soffre un po’ della vicinanza di Alba, che da anni le ruba tutta la scena. Eppure qui c’è molto da scoprire. Cominciamo facendo quattro passi in centro. Il rituale del passeggio, a Cuneo, non conosce maltempo. In barba alla pioggerellina invernale, al riparo dei portici di epoca tardo medievale, si può passeggiare all’asciutto e sofffermarsi in tutta calma davanti ai piccoli e bei negozi, a schiacciare il naso contro le vetrine scintillanti degli storici caffè e delle botteghe, godendo del freddo così pungente e sano delle vicine Alpi, innevato sfondo della città.

2) Una meringa con Mastroianni

Lo storico caffè Arione è un luogo molto amato dai cuneesi, che lo raccomandano con un misto di affetto e orgoglio. <<Assaggiate le meringhe>>, aggiungono immancabilmente: ma non sono le meringhe le uniche specialità! Arione è uno di quei posti magici e intatti da cui sembra sia passato un mondo intero. I suoi cuneesi al rhum, preparati ancora a mano secondo l’antica ricetta, sono così rinomati che persino Hemingway nel 1954 in viaggio verso Roma fece una deviazione fino a Cuneo per venire a farne scorta. Negli anni sessanta il locale fu il set del film I compagni di Monicelli, e al tavolo d’angolo sedettero un Mastroianni radicale dal look proto hipster e una aristocratica ma sovversiva Girardot, sorseggiando una cioccolata metafisica sotto gli sguardi di spettatori curiosi. Tra questi c’era anche il piccolo Andrea, oggi Signor Arione in carica, che rimase affascinato nel vedere la grande macchina del cinema in movimento nel locale di famiglia. Arione dal 1923 è sempre stato e continua ad essere a gestione familiare; le generazioni si avvicendano dando luogo ad un continuo dialogo fra tradizione e innovazione, e oggi i deliziosi cuneesi antica maniera arrivano ovunque grazie all’e-commerce.

3) Farsi cogliere in castagna

Il vero simbolo di Cuneo è il marrone: ogni anno in Ottobre nel centro storico della città si svolge un’importante fiera nazionale che ha per protagoniste le castagne cuneesi, conosciute in tutto il mondo. Sono molte le ricette dolci e salate in cui gustarle, una su tutte proprio il classicissimo cuneese al rhum. Ma come resistere al marron glaceé?
La varietà Piemonte è assieme alla Napoli la più apprezzata, ma, rispetto a quest’ultima che con la sua forma tondeggiante “fa vetrina”, la piccola varietà cuneese è meno capita dal grande pubblico e forse anche per questo più cara ai buongustai, che le riconoscono un sapore più intenso e pregiato.

cuneesi_arione

4) Venchi Wonka e la fabbrica di cioccolato

Visitare una fabbrica di cioccolato poche settimane prima di Natale è un’esperienza unica: sembra di vestire i panni del piccolo Charlie e rivivere il suo stupore e la sua meraviglia di fronte al lavoro di 80 qualificatissime umpa lumpa 2.0 alle dipendenze di un moderno Willy Wonka di nome Venchi.
L’azienda, molto radicata nel territorio piemontese, nasce nel 1878 ed è stata bravissima a rinnovarsi nel tempo. Oggi è uno dei brand del Made in Italy che il mondo ci invidia, e ha un claim che è tutto un programma: “se lo assaggi capisci”. É davvero così. Con oltre 350 ricette, che spaziano dalla stecca di chuao in purezza fino alle nuove praline salate, tutte con packaging artistici differenziati uno ad uno, sono tante le storie che questo cioccolato racconta. La più vecchia di tutte però è quella di Silviano Venchi, uno squattrinato, giovane bohemien che a fine ottocento comprò 2 calderoni di rame, aprì bottega nel centro di Torino e iniziò a fare cioccolato a modo suo: oggi il marchio da lui fondato conta oltre 30 negozi, 40 milioni di fatturato, un mercato internazionale e partnership con brand esclusivi come Armani e Maserati.

 

5) Mangiare cacao da colazione a cena

Si può fare al Relais Cuba Chocolat, locale di design nel centro di Cuneo, chè è insieme pasticceria, cioccolateria, coktail bar e ristorante. La cucina propone piatti stagionali prepartati con materie prime locali e un tocco di cioccolato: dal burro di cacao, grasso nobile dal punto di fumo di 30° superiore quello del burro vaccino, usato in cottura, fino al caviale di cioccolato sul vitel tonnè, e i plin al cioccolato. Del cioccolato nel dessert non è necessario fornire dettagli: può una sacher Venchi non essere sontuosa?

6) Visitare la mecca della birra artigianale in compagnia di un cantastorie

Su prenotazione, ogni domenica è possibile fare una visita guidata nel birrificio Baladin a Piozzo: non perdete l’occasione, se vi trovate da quelle parti. Il nome Baladin in francese antico significa “cantastorie”, e si sente che il racconto è, per questa vecchia azienda giovane, una vera vocazione. Nel racconto di Fabio, tutto cominciò con Teo, un ragazzo mezzo punk che girando l’europa con gli artisti di strada si innamora di una ballerina francese, la porta con sé in Piemonte, a Piozzo, e per mantenere la nuova famiglia apre un pub. É il 1986 e in Italia la birra artigianale ha ancora poco mercato, ma lui comincia a venderla e il suo sgangherato locale diventa in breve tempo la mecca dei primi estimatori che qui gustano etichette straniere introvabili altrove. Ma siccome Teo è davvero un po’ matto, dall’oggi al domani smette di importare la birra e comincia a farla da solo, nel garage occupato della sua affittuaria. D’altronde, aveva avuto due insegnanti eccellenti: il belga Christian Vanhaverbeke della Achouffe, uomo di scienza prestato al luppolo, e Jean-Luis Dits della Brasserie à Vapeur, birraio artista e sentimentale. Mescolando le opposte dottrine dei suoi maestri, Teo riesce nel giro di poco a fare birra artigianale buona e originale: alle sue prime due birre dà il nome di Isaac, suo primo figlio, e Super, che si autodedica in uno slancio di modestia 😀 Sono passati vent’anni da allora, le avventure sono continuate a ritmo incessante come in ogni buona storia, tra tubi di birra che attraversano il sottosuolo della città, e personaggi femminili sempre più conturbanti. Oggi la birra di Teo Musso, grazie alla sua più grande intuizione di marketing, viene proposta nei ristoranti, in alternativa alla carta dei vini, ed è ovunque sinonimo di grande birra artigianale. E persino Christian Vanhaverbeke , l’antico maestro, sta per unirsi alla squadra Baladin.

7) Birra circo & rock’n roll

A Piozzo, ancora nei locali di quella vecchia stramba birreria-garage, sorge il pub Baladin, una corte coperta dal tendone di un circo giocoso e naif. Qui si degustano tutte le birre Baladin, dalle più classiche alle più insolite, come l’esotica Nora, birra di kamut speziata di zenzero e mirra. In carta anche le bibite artigianali Baladin, come spume, ginger beer, cole e chinotti. La cucina è slow food in salsa pop, con stinco alla birra, veggie burger, crepes, focacce, budino allo zafferano e tiramisù alla birra. Imperdibile la serata musicale del mercoledì sera, con concerti di artisti internazionali: noi abbiamo ascoltato la band di Andrew Lee, eccentrico pianista, che ha acceso l’atmosfera con contaminazioni di rock e jazz.

8) Dove nasce la primavera candita (e l’estate, l’autunno e l’inverno)

Nel cuneese ha sede anche Agrimontana, azienda assai nota la cui vocazione è quella di conservare il gusto della natura intrappolandone i profumi e i sapori più effimeri e stagionali. Se non siete amanti dei canditi, questa è la volta in cui cambierete idea: quelli a cui siamo abituati spesso e volentieri non sono altro che zucca colorata– il sapore autentico di un’arancia candita è tutta un’altra cosa e vi conquisterà. In questa azienda di frontiera la frutta freschissima e pregiata (albicocche di Legnasco, cedro di Diamante, fico bianco del Cilento…) viene lavata e selezionata a mano, e dolcemente tuffata nello sciroppo di canditura in cui rimarrà a lungo, per uscirne intrisa di dolcezza.

Agrimontana

L’idea di eccellenza e natura ha portato Agrimontana a fare scelte aziendali forti: per esempio, di pari passo con l’avvio di una linea di preparati per gelati a base di sola frutta di alta qualità, è stato istituito il brand Artisti del Gelato, attraverso il quale l’azienda si è impegnata a selezionare sul territorio italiano mastri gelatai di altissimo livello da insignire del titolo di Artista – praticamente le stelle Michelin del gelato.
Ma c’è una piccola produzione di assoluta nicchia in cui l’integralismo naturale di Agrimontana si esprime con ancor ancor maggiore eloquenza: le violette candite. Ogni anno, in Marzo, per 2 giorni l’azienda intera si ferma per prepararle. Le violette arrivano dal vivaio di Albenga appena raccolte, e per tutta la notte vengono spruzzate d’acqua per conservarne il turgore. Al mattino, sotto la guida della signora Rita, che lavora in azienda da 40 anni, le artigiane spalmano con le dita ad uno ad uno i piccoli petali delle violette con lo sciroppo di glucosio, poi le passano nello zucchero ed infine le mettono a candire: un lavoro certosino, delicatissimo, per il quale occorrono pazienza, dedizione e vere mani di fata. Nella violetta candita è racchiusa l’essenza di Agrimontana, il suo concetto di lusso come atto (purista) di estremo romanticismo. E, dentro, c’è il sapore autentico della primavera.

Agrimontana2

9) Riscoprire il carrello dei dolci

L’hotel Lovera, storico e centralissimo 4 stelle in cui abbiamo soggiornato, è noto anche per il ristorante da leccarsi i baffi, che propone una sostanziosa ma raffinata cucina tradizionale piemontese. Al termine del nostro buon pranzetto, ci è stato proposto il dessert, e in molti, già sazi, avevano già opposto un educato rifiuto quando è apparso lui, sì, lui, direttamente dagli anni 80 in tutto il suo splendore demodè: il carrello dei dolci! Ebbene, ristoratori in ascolto, restituitecelo: è un vero godimento. Alla vista del bonèt, della crème brulée alle castagne, dei lamponi freschi con la crema inglese, del semifreddo al marron glacé con la salsa gianduja e di tutto il resto, sono capitolati tutti come orsi Yoghi di fronte a un cestino del picnic. E dato che siamo foodies ma pure molto social, prima di litigarci i tortini li abbiamo filmati e fotografati da ogni angolazione, postando il tutto a destra e a manca. Non sono un’esperta di digital marketing, ma, se avessi un ristorante, io il carrello dei dolci correrei a farmelo 😀

 

10) Tornare a casa carichi di golosi pacchettini

Se avete seguito i miei consigli e fatto un giro goloso nel cuneese, non avete certo bisogno che vi suggerisca di prendervi qualche ricordino: confido nel vostro appetito e sono certa che non tornerete a mani vuote. Noi abbiamo riportato a casa cuneesi, marron glacè e gelè di frutta, e un vasto assortimento di cioccolatini ma con deplorevole ingordigia prenatalizia ci siamo già spazzolati tutto. Fortuna che esistono gli acquisti on-line per combattere il mal di #socialfoodewine 🙂

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