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Appunti di frugalitas. La dieta vegetariana degli antichi romani

written by La Salsa Aurora ottobre 21, 2014

MENS SANA IN CORPORE SANO è il titolo della serata di degustazione di piatti “alla moda degli antichi romani” -con rivisitazione moderna- che si è svolta venerdì 29 Agosto 2014 presso il sito archeologico delle terme romane di Montegrotto, nell’ambito del Feel Good Festival.


Grazie all’AIFB sono stata anch’io ospite della cena, allestita dall’Associazione Tavole Taureliane e accompagnata dalla visita guidata dell’area delle Acquae Patavinae attraverso letture latine a tema, musiche e approfondimenti di storia del cibo a cura di Studio D, Associazione Culturale per l’Archeologia Didattica.

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Le Tavole Taureliane

Il ricco e vario menu della serata spaziava dalla zucca al miele alla focaccia dolce di farro e mandorle, passando per le pere cotte nel vino, per la zuppa d’orzo e per i formaggi di capra. I piatti di carne, non molto numerosi, erano stati concentrati al tavolo dei secondi (mensae primae), e pur prevedendo diverse alternative, tra cui persino un maialino cotto intero, erano lì più per assecondare l’uso moderno che l’antico. Infatti, come abbiamo scoperto ascoltando le interessanti spiegazioni delle nostre esperte guide, il regime alimentare degli antichi romani era di tipo sostanzialmente vegetariano.

Una dieta semi-vegetariana bilanciata

Gli elementi principali della dieta latina erano in primis i cereali, e tra questi soprattutto il farro, dai cui chicchi tostati e macinati si ricavava una sorta di semolino con cui preparare la tradizionale plus, e il panis, il pane, di cui esistevano almeno 10 tipi, e che “non doveva mai essere toccato da una lama tagliente perché considerato cosa vivente“.

Anche le verdure erano assai importanti nella dieta dei nostri antenati latini. Lo erano al punto che Plauto, greco, li definisce “mangiatori di erbe”. L’ortaggio più diffuso era il cavolo, seguito da lattuga, cicoria, cetrioli (cari a Tiberio), funghi e asparagi (selvatici ma anche coltivati). Tra le radici la cipolla, l’aglio, il porro e la rapa, quest’ultima frequente nei testi antichi come massimo emblema di frugalitas.

Miele e datteri (Studio D)

Miele e datteri (Studio D)

Largo era anche il consumo dei legumi, tanto che molti nomi e soprannomi di famiglie romane derivano proprio da legumina: i Fabi (da fava), i Lentuli (da lenticchia), Cicerone (da cicer, cece). La dieta era completata da fichi, uva e dalla frutta in generale –genericamente denominata poma, con semi o nocciolo (malum) o a guscio (nux); dal vino, da bere con grande misura, e sempre tagliato con acqua; e dalle uova e dai formaggi.

Di carne se ne mangiava pochissima (solo il maiale era allevato a scopo alimentare), e un buon romano non avrebbe faticato ad immaginare un’età dell’oro del tutto vegetariana.

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Con le invasioni barbariche, e il contatto con i popoli nordici cacciatori e raccoglitori, la difesa da parte dei latini delle abitudini alimentari descritte sopra divenne un atto di resistenza politica e soprattutto culturale.

 Per saperne di più, abbiamo rivolto qualche domanda alla Presidente dell’associazione culturale Studio D, la disponibilissima, e preparatissima, Dott.sa Cinzia Tagliaferro.

Dott.sa Tagliaferro, prima di cominciare, ci dica: come nasce l’associazione culturale Studio D di cui è Presidente, e quali sono i suoi scopi?

Studio D – Archeologia Didattica Museologia si propone come luogo di riflessione sui Beni Culturali, archeologici in particolare, e sul Museo quale fenomeno di espressione, d’incontro, di produzione culturale e di educazione interculturale. Il nostro studio è costituito da archeologhe esperte in didattica dell’antico e intende contribuire alla conoscenza e alla valorizzazione del patrimonio archeologico ed ambientale italiano, favorendo anche il rapporto con il territorio di riferimento. Offriamo le nostre competenze sotto forma di studi, consulenze, servizi didattici ed educativi, corsi di formazione e aggiornamento, progettazione e gestione di realtà museali e parchi archeologici, catalogazione, documentazione, inventariazione di Beni Culturali, attività editoriali, organizzazione di convegni, seminari ed eventi turistico-culturali; ed anche la redazione, pubblicazione e diffusione anche in forma scritta e multimediale, di studi, mostre, testi, istruzioni, periodici, sia di carattere scientifico che divulgativo.”

Come si inserisce questa “cena alla romana” all’interno del vostro calendario di attività?  E come giudichereste il riscontro di pubblico ottenuto?

“Crediamo da sempre che la valorizzazione del patrimonio archeologico si trasmetta con una divulgazione mirata allo sviluppo del rapporto con il territorio di riferimento. E i Patavini fontes sono un comprensorio territoriale fortemente caratterizzato.
Una cena all’interno di strutture romane permetteva inoltre il recupero concreto di una quotidianità e vitalità non immediatamente percepibili dai visitatori. Il riscontro, che è stato davvero lusinghiero in termini numerici e di gradimento, è da ricercare, crediamo, nella formula adottata, progettata ad hoc per questo luogo: non una rievocazione storica ma una informazione storica su più piani in cui l’abbinamento dosato e curato dei vari “ingredienti” (restando in tema) ha fatto la differenza.”

Quali sono le fonti da cui avete tratto notizia così precisa delle abitudini alimentari degli antichi romani?

“Abbiamo attinto in particolare dai grandi classici della latinità che, a vario titolo, si sono occupati nelle loro opere di usi e costumi alimentari (da Catone, a Varrone, passando per Marziale e Petronio). Si è anche voluto prestare attenzione alla contestualizzazione cronologica, nel senso che si è fatto riferimento al periodo in cui la presenza romana ai Patavini fontes/Aquae Patavinae si è concretizzata, e cioè tra il II secolo a.C., l’epoca in cui Catone scriveva della frugalitas del suo tempo, e i primi decenni del I secolo d.C., periodo di massimo splendore per tutte le città del Veneto romano, tra cui anche, appunto, il comprensorio euganeo della Aquae Patavinae. Non abbiamo ovviamente trascurato il contesto ambientale dove le terme anticipavano di solito la coena, e il dietro le quinte della vita che qui vi si svolgeva -e qui gli attori si sono prodotti in una performance su brani appositamente selezionati.”

Il pane in un affresco di Pompei (Studio D)

Il pane in un affresco di Pompei (Studio D)

Durante la serata si è parlato degli antichi romani come di un popolo sostanzialmente vegetariano e morigerato per precise ragioni culturali e soprattutto politiche. Eppure, da questo ideale di frugalitas e salubritas, si passa alle celebri cene luculliane, e ai banchetti di Trimalchione descritti nel Satyricon. Pur ammettendo una ovvia distinzione tra fatti letterari e realtà storica, come cambiano le abitudini alimentari dei romani nell’arco del tempo e attraverso i differenti strati sociali?

“Credo proprio che si debba abbandonare l’idea che i ricchi crapulassero e i poveri mangiassero…cipolle. In pochi casi fu certamente così (bastino per tutti le figure di Trimalchione e di Lucullo). In realtà il popolo romano non mutò radicalmente le proprie abitudini alimentari nonostante l’appeal di molti prodotti esotici che arrivavano anche da paesi lontani: di fatto la base della loro alimentazione fu sostanzialmente vegetariana, senza distinzione di epoca o classe sociale.”

 

Si ringrazia lo Studio D e in particolare la Presidente Cinzia Tagliaferro per l’intervista gentilmente concessa, per i materiali forniti e la pazienza dimostrata 🙂
2 comments

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sara b ottobre 21, 2014 at 4:19 pm

Interessantissimo. Molti anni fa ho partecipato anch’io ad una cena simile: c’era carne in un solo piatto in tutto il menu, e c’erano castagne a volontà 🙂

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La Salsa Aurora ottobre 21, 2014 at 5:22 pm

Mmh Sara, castagne! 😛 Ghiottonerie a parte, dovrebbero esserci più spesso occasioni come questa, e come quella di cui parli tu. La storia del cibo (e di tutta la cultura) è piena di miti che sarebbe bello sfatare!

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