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Innamorati cotti | Gnam Box

Quando mi è balenata la prima volta l’idea di #innamoraticotti, ho pensato subito agli Gnam Box. Se c’è una coppia che racchiude in sé tutte gli aspetti di cui questa rubrica vuol parlare, è proprio quella formata da Stefano Paleari e Riccardo Casiraghi: questi due ragazzi, di formazione graphic e interior designer, uniti da una romantica love story e accomunati da una creatività originalissima, nel 2012 hanno lasciato i loro lavori per lanciarsi insieme in un social food project che è stato definito da autorevoli testate il più interessante a livello italiano.

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© Gnam Box

Io sono da sempre innamoratissima di loro e non ne ho mai fatto mistero :-) Durante lo scorso Salone del Libro, quando erano a Torino per presentare il loro libro di ricette stagionali “In food we trust”, li ho riconosciuti in metrò e mi sono palesata come loro grande fan. Invece di sorridermi con condiscendenza, mi hanno ringraziata e chiesto di me: da allora ci unisce (a distanza) un rapporto di stima e simpatia di cui non smetto di sentirmi onorata! Di loro ammiro il modo personale, allo stesso tempo etico e leggero, di parlare del cibo, e in qualche modo d’amore. Li ho intervistati per voi, ed ecco che cosa mi hanno raccontato…


Gnam Box è un progetto bellissimo, ed è davvero una storia di cibo e di amore, che voi due avete ideato e costruito insieme. Il mondo food è qualcosa che oggi vi unisce e vi accomuna, ma, prima di incontrarvi, che rapporto avevate con il cibo?

Stefano: Siamo sempre stati legati entrambi in qualche modo al cibo. Io sono cresciuto con i racconti di mia madre che mi raccontava di quanto fosse bravo mio nonno in cucina, così quando andavo alle medie mi dilettavo a prepararle il pranzo cercando di studiare ed inventare ricette per stupirla. Lei non si è mai lamentata, ma chissà se erano buone per davvero :) Altro ricordo che ho legato al cibo è l’ossessione che avevo per la pasta al pomodoro che mi preparava la mia nonna.

Riccardo: non vengo da una famiglia in cui si passavano le ore in cucina. Ricordo però di aver sempre amato il pranzo e la cena perché era uno di qui momenti in cui si stava tutti insieme. Quando ero all’università ho lavorato come cameriere per un ristorante in Brianza, “La Rava e la Fava”. Lì mi sono avvicinato molto al mondo della cucina e ho imparato tantissime tecniche e il vero amore per il cibo.

Voi credete da sempre che il cibo unisca le persone: è stato così anche per voi due?

Noi in realtà siamo stati uniti da Facebook :-) È proprio li che un giorno ci siamo incontrati avendo un po’ di amici in comune. Diciamo che il cibo ci ha da subito uniti perché entrambi appassionati di cucina home-made abbiamo iniziato ad organizzare cene insieme per i nostri amici e a cercare nuovi posti in cui andare a mangiare, sia a Milano che in viaggio.

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© Gnam Box

Le tappe della vostra food & love story in 3 piatti.
Prima tappa: Sicuramente a New York, il primo viaggio che abbiamo fatto insieme nel 2010. Amavamo tantissimo andare a fare colazione da Angelica’s nell’East Village e mangiare la loro ottima torta di carote.

Seconda tappa: Sicuramente in Puglia, al ristorante Al Trabucco da Mimì. Ci siamo stati la scorsa estate e ci siamo innamorati di tutto: proprietari, chef, cibo e location.

Terza tappa: A Milano amiamo i Burger di Al Mercato. Lì puoi abbattere tutte le barriere quando il tuo partner ti vedrà cosparso di salsa all’avocado!

Siete una coppia nella vita e nel lavoro: come riuscite a conciliare i due ambiti?

Non lo sappiamo e non ce lo vogliamo chiedere. Diciamo che siamo molto fortunati. Da subito abbiamo capito quali potevano essere i motivi di litigio o incomprensione ed abbiamo imparato a sedare alcuni tratti dei nostri caratteri che avrebbero potuto infastidire l’altro. Stare molto insieme ci ha portato a fondere le nostre idee, i nostri gusti e ad allinearci perfettamente. Ovviamente, altrimenti non saremmo umani, capita di avere discussioni o malumori… ma poi passa subito!

Tante coppie cucinano insieme per rilassarsi dopo una giornata di lavoro. Ma voi, dopo una giornata a cucinare e scrivere di cibo, cosa fate per staccare?

Guardiamo tantissimi telefilm. A casa non abbiamo la tv ma divoriamo serie tv in streaming. È uno dei modi che utilizziamo per staccare la spina.

Qual è il cibo perfetto per sedurre secondo Gnam Box?

Sicuramente un piatto di pasta, o un buon risotto. Non siamo molto amanti dei dolci per cui, viva il salato! Ah be, anche un ottimo burger home-made può fare la differenza!

Cucinate mai quando siete arrabbiati?

Se dobbiamo scattare delle foto e siamo di cattivo umore non ci mettiamo nemmeno a cucinare perché sappiamo che poi il risultato non sarebbe ottimale. Fortunatamente ci capita raramente. Se poi abbiamo litigato tra di noi ed è ora di cena cuciniamo in solitaria e sappiamo che basterà gridare “È pronto!” per dimenticarsi di tutto!

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© Maria Teresa Furnari

 

Innamorati cotti | La Femme du Chef…e lo Chef!

Che amiate o odiate San Valentino, leggere la food-love story di Claudia e Nicola, i primi ospiti della rubrica #innamoraticotti, vi farà un po’ sciogliere. Il vago senso di inadeguatezza è del tutto normale, o almeno è ciò che mi sono ripetuta anch’io, per tutto il tempo dell’intervista. A volte si ha l’impressione che ci sia uno scollamento tra come una persona appare tra le righe del proprio blog e come è in realtà, ma io ho conosciuto Claudia Minnella di La Femme du Chef un anno fa e sapevo già che lei è una di quelle che di persona risultano persino più amabili. Ma non potevo immaginare che quadretto idilliaco fossero tutti e tre insieme lei, Chef e Minichef! ClaudiaNicola

Mi ero preparata qualche domanda di riscaldamento per metterli a proprio agio, ma non ce n’è alcun bisogno. Appena arrivata, mi accolgono nella loro bella casa milanese piena di libri e di giocattoli, e iniziamo a parlare a ruota libera, dell’amore, del cibo, della seduzione e dell’affetto, davanti a un bicchiere di vino rosso e a una ciotolina di buonissime olive pugliesi. Intorno a noi, Minichef educatissimo gioca con le sue macchinine.

La Femme du Chef è un nome denso di significato, non solo perché tu, Claudia, sei la moglie di uno chef, ma anche perché l’avventura del tuo blog nasce quando tu e Nicola vivevate a Parigi…

Claudia: << Giusto. Ma non sono “diventata” Femme du Chef perché mio marito  era Chef…anzi, si può dire che entrambe queste identità, in effetti, sono nate insieme, da una scelta condivisa. Nicola non era chef quando ci siamo conosciuti, la sua avventura professionale nel mondo della cucina è cominciata proprio a Parigi. E, sempre laggiù, il cibo è diventato quotidianità anche per me, e non solo per l’idillio romantico e culinario che stavamo vivendo, ma proprio per l’esigenza che avevo di essere io a cucinare tutti i giorni, perché lui non c’era>>

 Nicola: <<Sì, la nostra trasferta parigina nasce proprio per questo cambio di rotta. Non era affatto scontato che la formazione in cucina dovesse avvenire in terra francese. Ma io avevo una grande fiducia nella Francia dal punto di vista didattico, e ho voluto cominciare là la mia formazione di cuoco. E così siamo partiti, con il nostro bagaglio di sogni e forse di illusioni; prima io, da solo in avanscoperta, e subito dopo con Claudia che mi ha raggiunto: non potevamo stare lontani>>

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 Come avete deciso di cambiare così radicalmente la vostra vita e dedicarla al cibo?

Claudia: <<Beh, lui aveva sempre cucinato. Aveva una cultura alimentare già fortissima quando l’ho conosciuto. Merito di mia suocera, una cuoca eccellente, e da sempre profondamente convinta del valore culturale del cibo >>

Nicola: << Mamma era radicale. Molto prima delle mode alimentari moderne, lei ha sempre avuto molto chiaro che si dovesse mangiare sano, evitare certi prodotti e privilegiarne altri. Questo concetto non era solo qualcosa che passava a noi figli in trasparenza attraverso le sue scelte: lo esprimeva in maniera dirompente. Scegliere, pensare, fare da mangiare, per me, nasce un po’ da quell’ambiente culturale forte in cui mi sono trovato a crescere>>

E tu Claudia sei diventata subito La Femme du Chef? Ti sei identificata in quel ruolo?

<<Sì, perché non era una scelta subita: era un sogno che avevamo deciso di vivere insieme. Io ho studiato comunicazione, e mi sono laureata con una tesi sul marketing esperienziale del vino: un campo di interesse affine a quello del cibo. La Femme du Chef, la moglie del cuoco, in Francia, ha un ruolo ben definito, strutturato, per nulla accessorio; è profondamente coinvolta nell’attività del marito proprio sul piano pratico. Se un giorno avremo un ristorante nostro, io vorrei ricoprire quel ruolo: mi ci sto preparando. Il blog poi è cresciuto insieme a me, a noi, ma durante il periodo parigino aveva anche un valore di diario di un’avventura di cui volevamo rendere partecipi i nostri amici e le nostre famiglie in Italia. Erano loro i lettori a cui destinavo quello che scrivevo>>

State insieme dal 2005, e vi siete sposati nel 2006. Il trasferimento a Parigi è avvenuto nel 2009: il cibo ha fatto solo allora la sua comparsa nella vostra storia?

<< Assolutamente no! Il cibo è sempre stato uno dei nostri collanti, molto prima che diventasse una professione.>>

Raccontatemi.

Claudia: << La sera in cui ci siamo conosciuti, a una festa organizzata da Nicola e suo fratello dove mi avevano portato degli amici comuni, lui aveva cucinato per 70 persone. Era estate, e poco dopo io tornai in Sicilia per le vacanze con la mia famiglia. Quando tornai a Milano, lui venne a prendermi con la macchina che scoppiava di spesa, di cassette di verdure… Prima di allora io, come tanti studenti fuori sede, andavo avanti a happy hour. Lui iniziò a cucinare per me e io, invece di ingrassare, nei primi mesi insieme persi 5 chili.>>

 Nicola: <<Ma anche lei aveva molto da insegnarmi! Fu una reciproca scoperta dei mondi culinari l’uno dell’altra. La cucina siciliana, sontuosa, conviviale, mi conquistò. Con la famiglia di Claudia, a Palermo, ci si metteva a tavola per cena e non ci alzavamo prima delle 2 di notte. Ma non pensare allo stereotipo meridionale dell’abbuffata: era una convivialità autentica, il vero piacere di condividere, chiacchierare, tirare tardi insieme di fronte a un buon piatto. Grazie a Claudia ho scoperto anche il Ponente Ligure, che noi milanesi, stupidamente, snobbiamo. Lei ha uno zio che abita lì, una forchettina mica da ridere, con il quale abbiamo fatto alcune delle più buone mangiate della mia vita. Io, dal canto mio, le feci conoscere Monaco.>>

Claudia: <<Immaginavo una situazione da Oktober Fest e invece finimmo nei musei e a mangiare specialità. Io amo tantissimo i lievitati, e scoprii tutto un mondo mitteleuropeo di pani, di bretzel, di cui mi innamorai.>>

Uova strapazzateC’è un piatto in particolare che ha per voi un significato speciale?

Claudia: <<Sarebbero tanti. Un paio in particolare, però, ci accompagnano da sempre. Siccome siamo due chiacchieroni, all’inizio della nostra storia non era inusuale che facessimo le 3 di notte a parlare, parlare…e ci veniva fame. Così lui preparava le uova strapazzate. Un piatto povero e semplice, che però lui rendeva speciale con la noce moscata…>>

Mi piace, fa molto cinema d’autore.

Claudia: <<E poi, c’è la sua pasta mantecata!>>

Nicola annuisce: <<è un piatto che ha tutta una storia. In pratica è un incrocio tra il cacio e pepe, piatto genuino e povero della tradizione romana, e il mac&cheese, il cibo precotto liofilizzato americano…quando ero alle superiori e tornavo da scuola affamato e con la luna storta, la domestica dei miei, una persona di famiglia, mi preparava questa pasta che montava, ancora calda, in padella con il burro, il parmigiano e un po’ d’acqua di cottura. Veniva spessa, spumosa; una meraviglia.>>

Claudia: << A Parigi vivevamo questa situazione cosmopolita irripetibile. Eravamo tutti giovani, venivamo da ogni parte del mondo, eravamo uniti dal fare la stessa cosa…a rotazione andavamo a cena gli uni dagli altri, e provavamo la cucina di ogni angolo del mondo. Quando venivano da noi, con questa pasta sconvolgevamo gli amici di cultura anglosassone!>>

Nicola: <<La americanizzavamo per renderla compatibile con la loro memoria gustativa. Invece di vedere la busta pronta ci vedevano tagliare il formaggio, fondere il burro, lessare la pasta, scolarla…e poi restavano tutti rapiti da quel sapore di casa, di infanzia>>

E la vostra quotidianità in cucina, oggi, qual è?

Claudia: <<A dispetto dell’immagine che si può avere dall’esterno con uno chef e una foodblogger sotto lo stesso tetto, oggi la nostra cucina di casa è una ricerca di sapori più semplici. Ma è anche una cucina, se possiamo definirla così, più colta. Prestiamo attenzione alla stagionalità degli ingredienti, alla loro provenienza…cuciniamo anche insieme, a volte, e sperimentiamo: a volte io sostengo lui in un’intuizione, a volte avviene il contrario. Anche se spesso commenta: “è proprio un’idea da foodblogger!”.>>

Nicola: <<In questo periodo ci stiamo scatenando sui piatti delle nostre mamme…che cuciniamo in dosi da mamme. Così riempiamo il congelatore. È il momento del ragù, per preparare la pasta al forno siciliana.>>femme-du-chef

Minichef attira l’attenzione della mamma per sussurrarle qualcosa all’orecchio. Claudia ride con tenerezza: <<Aurora, Minichef ci teneva a dirti qual è il suo piatto preferito tra quelli del papà. Diglielo, sù>>
Con un po’ di timidezza Minichef dichiara <<Il risotto>>
<<Quale risotto? Quello giallo?>>

<<No, quello giallo e rosso!>> protesta.
<<Il rosso sono i fili di zafferano>> chiosa Claudia a bassa voce, per non farsi sentire. Questi tre sono così carini che mi fanno perdere il filo del discorso. Dove eravamo rimasti?

Ecco: qual è il vostro piccolo grande gesto d’amore in cucina?

La Femme du chef e lo Chef si guardano e sorridono.

<<La schiscetta>> risponde lei, con timidezza da innamorata. <<sono freelance e lavoro da casa, ma quando devo stare fuori, lui mi prepara il pranzo. Non vuole sapermi mangiare qualcosa di triste e frettoloso: così mi prepara dei sandwich buonissimi…  É una cosa molto bella, che faceva anche quando ci eravamo appena conosciuti. Nelle sue schiscette c’era sempre qualcosa di particolare ed esotico. Come la senape, un ingrediente che non conoscevo, che mi ha fatto scoprire lui>>

Non smettono un attimo di sbirciarsi e sorridersi.

Nicola aggiunge, con l’aria sorniona di chi la sa lunga <<La cucina non è solo romanticismo, anche seduzione>>

 

Innamorati cotti – l’amore ai tempi dei foodblog


A San Valentino su La Salsa Aurora partirà una nuova rubrica che racconterà l’amore ai tempi dei foodblog. Ecco una piccola anteprima!

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In quello che per me fu il primo appuntamento -anche mai lo avrei ammesso, perché a 14 anni si deve sembrare già vissuti- lui mi invitò a casa sua e cucinò per me. E per sua sorella. E per un altro compagno di scuola. Ma fu soprattutto per me, e lo penso non solo perché sono una romantica, ma perché ero io l’ospite insolita, e vegetariana, e il piatto era una ratatouille. Era ancora di là da venire il film Disney Pixar Ratatouille, e quella spadellata di verdure preparata con me seduta al tavolo a guardarlo, coscienziosamente e senza casualità o approssimazione (beh, con le verdure che aveva mandato sua sorella a comprare, okay!) esercitò su di me un fascino adulto, francese, cinematografico. L’appuntamento fu un imbarazzante mezzo disastro, ma la ratatuille fu buonissima e mi rimase l’idea che con il cibo si potesse conquistare un cuore oltre che un palato.

Più tardi ci fu un ragazzo che aveva fatto l’aiuto cuoco a Barcellona ed era passato anche per la cucina di Ferran Adrià, ma riteneva impossibile cucinare per me, perché ero vegetariana. Quando c’ero io mi preparava un’insalata. A quanto amore può corrispondere un’insalata? Io non ero da meno. A quel tempo preparavo menu di più portate per le cene con le mie amiche e in famiglia ero già addetta al pranzo di Natale, ma, per lui, mi misi ai fornelli solo una volta: un riso in bianco, e solo perché era malato. Non c’era futuro: sapevamo entrambi cucinare, ma non avevamo pazienza, coraggio e fantasia di farlo l’uno per l’altra.

Quando conobbi Emu, i nostri primi appuntamenti duravano giornate intere. Passavamo senza accorgercene dalla cioccolata calda di Salza alle tre del pomeriggio alle felafel di piazza delle Vettovaglie a notte fonda; avere ancora fame era la nostra scusa per prolungare la serata, tenendoci stretti per il freddo, scaldandoci in un ultimo bacio. Poi cominciarono le meno informali cene fuori. Ce ne andavamo per ultimi dal ristorante portandoci via una bottiglia di vino, e a casa la stappavamo cucinando un piatto di spaghetti di mezzanotte, ridendo a bassa voce per non svegliare i miei. Il cibo cucinato e condiviso ha accompagnato la nostra storia.

A vent’anni hai voglia di emancipazione, non di sentirti relegata al ruolo di angelo del focolare da cui tua madre ha lottato negli anni Settanta per liberarti. Non puoi conoscere un ragazzo e fargli capire subito che sai fare la marmellata meglio di Nonna Papera! Vuoi essere affascinante, non materna. Vuoi che ci si innamori prima del tuo cervello, della tua indipendenza, delle tue idee, e solo dopo, forse, della tua parmigiana.

A vent’anni non avrei avuto il coraggio di aprire un blog, di definirmi attraverso il mio amore così retrò per il cibo, se non avessi avuto accanto qualcuno che non si sentisse per questo autorizzato a chiedermi “Cosa mi fai per pranzo?” dando per scontato, assieme al mio piacere di stare in cucina, l’accettazione del pacchetto domestico al gran completo.

Avevo accanto quel qualcuno, e se La Salsa Aurora è nata, il merito è in gran parte suo e di quella fiducia, di quell’appoggio, di quella condivisione paritaria. Emu è stato con me dietro le quinte dalla scelta del nome del blog, alle prime foto -prima che, spazientito, preferisse insegnarmi a fotografare da sola, facendomi però scoprire così un nuovo piccolo talento e rendendomi, ancora una volta, indipendente. Con gli short film il lavoro insieme è diventato un doppio spazio di creatività, di espressione e di gioco, del tutto impossibile da sola. La mia storia in cucina, la mia avventura di food blogger, è tutta intrecciata con la mia storia d’amore.

In questi anni da addetta ai lavori, mi sono trovata sempre più spesso a notare come dietro le storie di cibo che più mi appassionano si celi spesso una storia d’amore. Un lavoro di coppia, ma anche solo un retroterra comune che rende possibile un lavoro solo apparentemente solista. Così mi è venuta voglia di approfondire quelle storie, farmi raccontare dalla viva voce dei loro protagonisti quel potente intreccio di love story e food story che rende unico e irripetibile il loro racconto. Se vorrete seguirmi, a cominciare da San Valentino, attraverso 2 appuntamenti al mese vi racconterò in una rubrica le storie -romantiche, divertenti, scombinate, irrisolte, normali- di tutte quelle coppie del mondo del cibo…che non potevo chiamare in altro modo che “Innamorati cotti” ! :-)

 

Vi aspetto per primo appuntamento il 14 Febbraio con la Femme du Chef…e lo Chef! ♥

 

 

 

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Curry vegetariano alle verdure invernali

Il curry vegetariano in tutte le sue versioni è un prodigioso antidoto al malumore, quasi quanto il cioccolato: con il gusto speziato, i colori brillanti e l’aspetto esotico, mangiarlo è un po’ sognare un viaggio caldo e lontano. Certo, l’estate con il suo tripudio di verdure variopinte sembra la stagione più adatta per tirare fuori lo wok e spadellare in allegria: facile così! Ma è proprio quando la primavera sembra lontana, la natura addormentata e il tempo più grigio e pesante che mai che, a maggior ragione, è necessario trovare la voglia di fare la propria piccola rivoluzione quotidiana: sorridere.
Colorare i piatti e le giornate.

Soprattutto i lunedì  :)

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E adesso qualche piccolo suggerimento: l’elemento cremoso di questo curry è dato dallo yogurt, la più leggera e sana delle varianti possibili; per una salsa più densa, scegliete yogurt greco intero.
Non c’è bisogno di ricorrere a pomodori e peperoni coltivati in serra per portare in pentola un po’ di allegria: le verdure di stagione hanno colori bellissimi e sapori deliziosi, e il loro apporto nutrizionale è ideale per i mesi freddi, perché la natura mica fa le cose a caso. Quindi, anche se sulla carta non vi piacciono e da piccoli vi rifiutavate di mangiarli, ora che siete grandi e che pensate green date ai broccoli una chance, non ve ne pentirete :D

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Ingredienti per 2:

150 g di riso basmati
180 g di carote
180 g di broccoli
120 g di cipolla rossa
200 g di ceci cotti
125 g di yogurt
1 spicchio di aglio
1 cucchiaio di olio extravergine
2 cucchiaini di curry
1 cucchiaino di curcuma
pepe bianco q.b.
un ciuffo di prezzemolo
sale

Preparazione:

Pulite tutte le verdure, e tagliatele a listarelle non troppo sottili (lasciate intere le cimette del broccolo). In  una laga padella o in un wok scaldate l’olio e soffriggetevi l’aglio a fettine. Dopo 30 secondi aggiungete la cipolla, e proseguite a soffriggerla a fuoco dolce finché non diventa semitraspsarente. Aggiungete ora le altre verdure, i ceci cotti, mezzo bicchiere di acqua, il curry e la curcuma e cuocete per 10 minuti a fiamma vivace spadellando spesso.

Nel frattempo lessate il riso in acqua salata, scolatelo e distribuitelo nelle ciotole senza condirlo.

Quando le verdure sono pronte, regolatele di sale, pepate bene e amalgamatevi dentro un vasetto di yogurt bianco per inspessire la salsa di cottura. Aggiungete il curry vegetariano di verdure alle ciotole di riso assieme ad una ricca manciata di prezzemolo tritato.

Bon appétit!

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Rapa burger

Questo lunedì la mia ricetta per il #MeatFreeMonday è un buffo rapa burger. Okay, la sua buffezza è del tutto opinabile e soggettiva, certo: ma a me fa sorridere perché ha proprio l’aspetto di un hamburger di carne cotto al sangue, e potrebbe averlo preparato un bambino dispettoso come pesce d’aprile per un grande che fa il duro e dice di voler mangiare solo bistecche.

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Ma l’aspetto ingannevole non è l’unica cosa che mi fa scappare un po’ da ridere di questa ricetta: ogni volta che uso la barbabietola, mi tornano in mente le interrogazioni di geografia delle elementari, con noi bambini tutti seri a riferire di queste onnipresenti coltivazioni di cotone, tabacco e barbabietola da zucchero, e se ci avessero detto che lo zucchero veniva non da una rapa strana ma da quella stessa della mensa, avremmo pensato a uno scherzo. In realtà la barba rossa, “da orto”, è un po’ diversa. Dolce, anche se non tanto come ci saremmo aspettati da piccoli: ma di una dolcezza insolita, vegetale, che ben si sposa all’aglio, al prezzemolo, al pepe rosa. Del rapa burger non nego che mi piace l’aspetto: penso ad una di quelle cene in cui il vegetariano o vegano di turno è preso d’assalto da commensali sempre eccessivamente curiosi, che sollievo passare invece inosservato, con la rapa cruenta nascosta nel panino! :D Anche il gusto mi piace molto, anche se lo trovo molto meno confortevole di altri veggie burger della mia nutrita collezione. Per aggiungergli un tocco cocoon, ho dunque optato per la focaccia al posto del classico panino e aggiunto la burrosa robiola alla salsa yogurt di accompagnamento, per mantenerne la virtuosa leggerezza senza scadere nel ferreo salutismo che non ci appartiene.


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N.B.:Come in tutti i veggie burger, anche in questo le dosi sono un po’ approssimative: le rape non sono tutte uguali, e nemmeno le molliche. Si va a occhio e quanto basta.

Ingredienti per 2:

Per i medaglioni di barbabietola:
1 grossa rapa cotta
2 fette di pane di grano duro raffermo
1 spicchio di aglio
Farina di ceci bio q.b.
6 bacche di pepe rosa
pangrattato per impanare
sale

Per le focaccine:
2 quadrati di focaccia toscana
10 g di valeriana
50 g di robiola
2 cucchiai di yogurt greco
prezzemolo fresco
un filo di olio extravergine di oliva
sale, pepe

Preparazione:

Frullate la rapa con lo spicchio di aglio e il pepe rosa, quindi immergete nella purea ottenuta il pane raffermo tagliato a piccoli dadi, e lasciatelo riposare fino a quando non sarà del tutto ammorbidito. Regolate di sale e aggiungete il prezzemolo tritato; a questo punto aggiungete un poco di farina di ceci, quella appena necessaria per rendere l’impasto sufficientemente lavorabile da potervi formare i medaglioni con le mani ben inumidite. A me è bastato meno di un cucchiaio, ma dipende da quanto è succosa la vostra rapa. Ad ogni modo, non superate il cucchiaio e mezzo (piuttosto aumentate la dose di pane). Passate ora i burger nel pangrattato, e riponeteli in frigo a rassodare ancora una mezzora. Potete cuocerli in padella con un filo d’olio extravergine, dorandoli qualche minuto per lato, oppure in forno per circa 15 minuti a 190°.

Preparate la salsa unendo yogurt e robiola in una terrina, e condite con un filo do olio, sale e pepe, e amalgamando bene gli ingredienti con una forchetta.

Tagliate le focacce per farcirle, distribuite dentro ad ognuna un ciuffo di valeriana, un medaglione e uno strato di crema al formaggio. A piacere, potete concludere con una spruzzata di limone. Richiudete infine le focacce: i vostri rapa burger sono pronti per essere gustati!

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Crocchette di carciofi al profumo di limone

Passate le feste, con l’anno nuovo torna la voglia di stare ai fornelli, ma per cucinare piatti più domestici, quotidiani e leggeri. Le crocchette di carciofi al profumo di limone sono un perfetto inizio: leggere nella sostanza e fresche e delicate nel gusto, sono un buon modo di festeggiare l’inizio della stagione dei carciofi (mio ortaggio feticcio: a un mazzo di rose preferirei di gran lunga un mazzo di carciofini appena raccolti!). L’abbinamento con il limone non è casuale per molte ragioni: la prima è di natura quasi estetica, dal momento che, come prescriveva il rimedio delle nonne, perché non anneriscano i carciofi appena tagliati vanno messi a mollo in acqua e limone: meglio ancora stufarceli dentro! E poi la scorza, aggiunta al soffritto, aiuta a deodorare l’olio in cottura e rende la doratura più delicata. Infine, per la ragion di gusto, che è la ragion di stato della cucina :) Un ultimo appunto: la farina di riso, che conferisce all’impasto leggerezza e delicatezza, rende queste crocchette di carciofi adatte a chi è intollerante al glutine. Così, con un piatto solo, vegetariani e celiaci sono sistemati: mica male!

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Ingredienti per 2:

2 carciofi
60 g di stracchino
30 g di parmigiano
1 uovo bio
40 g di farina di riso + q.b. per infarinare
1/2 limone non trattato
un ciuffo di prezzemolo
1 spicchio di aglio
olio extravergine di oliva
sale, pepe

Preparazione:

Pulite i carciofi eliminandone le foglie più esterne, le punte e la barba, e affettateli a striscioline. In una padella antiaderente fate scaldare un cucchiaio di olio extravergine, quindi soffriggetevi lo spicchio d’aglio tritato e la scorza grattugiata di 1/4 di limone. Aggiungete i carciofi, bagnate con mezzo bicchiere d’acqua e il succo del mezzo limone, abbassate la fiamma e fate stufare dolcemente per circa 15 minuti: al termine l’acqua si sarà ritirata e i carciofi saranno teneri. Frullateli con il miniprimer e lasciate raffreddare.

Aggiungete alla crema di carciofi il prezzemolo tritato, lo stracchino, l’uovo, il parmigiano grattugiato e regolate di sale e pepe. Unite infine la farina di riso e amalgamate bene. Fate rapprendere in frigorifero per mezzora.

Con le dita inumidite formate delle polpettine di forma leggermente schiacciata e infarinatele nella farina di riso. Scaldate 3-4 cucchiai di olio in una padella antiaderente, e quando è caldo aggiungetevi  la rimanente scorza del limone, in un paio di grossi pezzi che rimuoverete a fine cottura. Dorate in padella le polpette su entrambi i lati, scolatele su carta assorbente e salate leggermente in superficie.

Gustate le crocchette di carciofi tiepide o calde, accompagnate da fettine di limone fresco.

Bon appétit!

10 cose #socialfoodewine da fare a Cuneo

La tappa cuneese del #Piemonte #socialfoodewine, progetto di storytellig territoriale ideato e realizzato da BITEG-Borsa Internazionale del Turismo Eno-Gastronomico, Sviluppo Piemonte Turismo e Carlo Vischi, ci ha condotto alla scoperta di importanti realtà enogastonomiche di una cittadina graziosa e sottovalutata, ricca di tradizioni e della capacità straordinaria di trainarle nel presente senza mutarne il fascino retrò.
Tra fabbriche di cioccolato, set cinematografici e birrifici visionari, ecco la nostra lista delle

10 cose very #socialfoodewine di Cuneo e dintorni

1) Passeggiare sotto i portici

Va bene pensare al cibo, ma nessun prodotto ha senso se non lo si inserisce nel proprio contesto: è l’abc di #socialfoodewine e del Salsa pensiero :-)
La piccola Cuneo soffre un po’ della vicinanza di Alba, che da anni le ruba tutta la scena. Eppure qui c’è molto da scoprire. Cominciamo facendo quattro passi in centro. Il rituale del passeggio, a Cuneo, non conosce maltempo. In barba alla pioggerellina invernale, al riparo dei portici di epoca tardo medievale, si può passeggiare all’asciutto e sofffermarsi in tutta calma davanti ai piccoli e bei negozi, a schiacciare il naso contro le vetrine scintillanti degli storici caffè e delle botteghe, godendo del freddo così pungente e sano delle vicine Alpi, innevato sfondo della città.

2) Una meringa con Mastroianni

Lo storico caffè Arione è un luogo molto amato dai cuneesi, che lo raccomandano con un misto di affetto e orgoglio. <<Assaggiate le meringhe>>, aggiungono immancabilmente: ma non sono le meringhe le uniche specialità! Arione è uno di quei posti magici e intatti da cui sembra sia passato un mondo intero. I suoi cuneesi al rhum, preparati ancora a mano secondo l’antica ricetta, sono così rinomati che persino Hemingway nel 1954 in viaggio verso Roma fece una deviazione fino a Cuneo per venire a farne scorta. Negli anni sessanta il locale fu il set del film I compagni di Monicelli, e al tavolo d’angolo sedettero un Mastroianni radicale dal look proto hipster e una aristocratica ma sovversiva Girardot, sorseggiando una cioccolata metafisica sotto gli sguardi di spettatori curiosi. Tra questi c’era anche il piccolo Andrea, oggi Signor Arione in carica, che rimase affascinato nel vedere la grande macchina del cinema in movimento nel locale di famiglia. Arione dal 1923 è sempre stato e continua ad essere a gestione familiare; le generazioni si avvicendano dando luogo ad un continuo dialogo fra tradizione e innovazione, e oggi i deliziosi cuneesi antica maniera arrivano ovunque grazie all’e-commerce.

3) Farsi cogliere in castagna

Il vero simbolo di Cuneo è il marrone: ogni anno in Ottobre nel centro storico della città si svolge un’importante fiera nazionale che ha per protagoniste le castagne cuneesi, conosciute in tutto il mondo. Sono molte le ricette dolci e salate in cui gustarle, una su tutte proprio il classicissimo cuneese al rhum. Ma come resistere al marron glaceé?
La varietà Piemonte è assieme alla Napoli la più apprezzata, ma, rispetto a quest’ultima che con la sua forma tondeggiante “fa vetrina”, la piccola varietà cuneese è meno capita dal grande pubblico e forse anche per questo più cara ai buongustai, che le riconoscono un sapore più intenso e pregiato.

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4) Venchi Wonka e la fabbrica di cioccolato

Visitare una fabbrica di cioccolato poche settimane prima di Natale è un’esperienza unica: sembra di vestire i panni del piccolo Charlie e rivivere il suo stupore e la sua meraviglia di fronte al lavoro di 80 qualificatissime umpa lumpa 2.0 alle dipendenze di un moderno Willy Wonka di nome Venchi.
L’azienda, molto radicata nel territorio piemontese, nasce nel 1878 ed è stata bravissima a rinnovarsi nel tempo. Oggi è uno dei brand del Made in Italy che il mondo ci invidia, e ha un claim che è tutto un programma: “se lo assaggi capisci”. É davvero così. Con oltre 350 ricette, che spaziano dalla stecca di chuao in purezza fino alle nuove praline salate, tutte con packaging artistici differenziati uno ad uno, sono tante le storie che questo cioccolato racconta. La più vecchia di tutte però è quella di Silviano Venchi, uno squattrinato, giovane bohemien che a fine ottocento comprò 2 calderoni di rame, aprì bottega nel centro di Torino e iniziò a fare cioccolato a modo suo: oggi il marchio da lui fondato conta oltre 30 negozi, 40 milioni di fatturato, un mercato internazionale e partnership con brand esclusivi come Armani e Maserati.

 

5) Mangiare cacao da colazione a cena

Si può fare al Relais Cuba Chocolat, locale di design nel centro di Cuneo, chè è insieme pasticceria, cioccolateria, coktail bar e ristorante. La cucina propone piatti stagionali prepartati con materie prime locali e un tocco di cioccolato: dal burro di cacao, grasso nobile dal punto di fumo di 30° superiore quello del burro vaccino, usato in cottura, fino al caviale di cioccolato sul vitel tonnè, e i plin al cioccolato. Del cioccolato nel dessert non è necessario fornire dettagli: può una sacher Venchi non essere sontuosa?

6) Visitare la mecca della birra artigianale in compagnia di un cantastorie

Su prenotazione, ogni domenica è possibile fare una visita guidata nel birrificio Baladin a Piozzo: non perdete l’occasione, se vi trovate da quelle parti. Il nome Baladin in francese antico significa “cantastorie”, e si sente che il racconto è, per questa vecchia azienda giovane, una vera vocazione. Nel racconto di Fabio, tutto cominciò con Teo, un ragazzo mezzo punk che girando l’europa con gli artisti di strada si innamora di una ballerina francese, la porta con sé in Piemonte, a Piozzo, e per mantenere la nuova famiglia apre un pub. É il 1986 e in Italia la birra artigianale ha ancora poco mercato, ma lui comincia a venderla e il suo sgangherato locale diventa in breve tempo la mecca dei primi estimatori che qui gustano etichette straniere introvabili altrove. Ma siccome Teo è davvero un po’ matto, dall’oggi al domani smette di importare la birra e comincia a farla da solo, nel garage occupato della sua affittuaria. D’altronde, aveva avuto due insegnanti eccellenti: il belga Christian Vanhaverbeke della Achouffe, uomo di scienza prestato al luppolo, e Jean-Luis Dits della Brasserie à Vapeur, birraio artista e sentimentale. Mescolando le opposte dottrine dei suoi maestri, Teo riesce nel giro di poco a fare birra artigianale buona e originale: alle sue prime due birre dà il nome di Isaac, suo primo figlio, e Super, che si autodedica in uno slancio di modestia :-D Sono passati vent’anni da allora, le avventure sono continuate a ritmo incessante come in ogni buona storia, tra tubi di birra che attraversano il sottosuolo della città, e personaggi femminili sempre più conturbanti. Oggi la birra di Teo Musso, grazie alla sua più grande intuizione di marketing, viene proposta nei ristoranti, in alternativa alla carta dei vini, ed è ovunque sinonimo di grande birra artigianale. E persino Christian Vanhaverbeke , l’antico maestro, sta per unirsi alla squadra Baladin.

7) Birra circo & rock’n roll

A Piozzo, ancora nei locali di quella vecchia stramba birreria-garage, sorge il pub Baladin, una corte coperta dal tendone di un circo giocoso e naif. Qui si degustano tutte le birre Baladin, dalle più classiche alle più insolite, come l’esotica Nora, birra di kamut speziata di zenzero e mirra. In carta anche le bibite artigianali Baladin, come spume, ginger beer, cole e chinotti. La cucina è slow food in salsa pop, con stinco alla birra, veggie burger, crepes, focacce, budino allo zafferano e tiramisù alla birra. Imperdibile la serata musicale del mercoledì sera, con concerti di artisti internazionali: noi abbiamo ascoltato la band di Andrew Lee, eccentrico pianista, che ha acceso l’atmosfera con contaminazioni di rock e jazz.

8) Dove nasce la primavera candita (e l’estate, l’autunno e l’inverno)

Nel cuneese ha sede anche Agrimontana, azienda assai nota la cui vocazione è quella di conservare il gusto della natura intrappolandone i profumi e i sapori più effimeri e stagionali. Se non siete amanti dei canditi, questa è la volta in cui cambierete idea: quelli a cui siamo abituati spesso e volentieri non sono altro che zucca colorata- il sapore autentico di un’arancia candita è tutta un’altra cosa e vi conquisterà. In questa azienda di frontiera la frutta freschissima e pregiata (albicocche di Legnasco, cedro di Diamante, fico bianco del Cilento…) viene lavata e selezionata a mano, e dolcemente tuffata nello sciroppo di canditura in cui rimarrà a lungo, per uscirne intrisa di dolcezza.

Agrimontana

L’idea di eccellenza e natura ha portato Agrimontana a fare scelte aziendali forti: per esempio, di pari passo con l’avvio di una linea di preparati per gelati a base di sola frutta di alta qualità, è stato istituito il brand Artisti del Gelato, attraverso il quale l’azienda si è impegnata a selezionare sul territorio italiano mastri gelatai di altissimo livello da insignire del titolo di Artista – praticamente le stelle Michelin del gelato.
Ma c’è una piccola produzione di assoluta nicchia in cui l’integralismo naturale di Agrimontana si esprime con ancor ancor maggiore eloquenza: le violette candite. Ogni anno, in Marzo, per 2 giorni l’azienda intera si ferma per prepararle. Le violette arrivano dal vivaio di Albenga appena raccolte, e per tutta la notte vengono spruzzate d’acqua per conservarne il turgore. Al mattino, sotto la guida della signora Rita, che lavora in azienda da 40 anni, le artigiane spalmano con le dita ad uno ad uno i piccoli petali delle violette con lo sciroppo di glucosio, poi le passano nello zucchero ed infine le mettono a candire: un lavoro certosino, delicatissimo, per il quale occorrono pazienza, dedizione e vere mani di fata. Nella violetta candita è racchiusa l’essenza di Agrimontana, il suo concetto di lusso come atto (purista) di estremo romanticismo. E, dentro, c’è il sapore autentico della primavera.

Agrimontana2

9) Riscoprire il carrello dei dolci

L’hotel Lovera, storico e centralissimo 4 stelle in cui abbiamo soggiornato, è noto anche per il ristorante da leccarsi i baffi, che propone una sostanziosa ma raffinata cucina tradizionale piemontese. Al termine del nostro buon pranzetto, ci è stato proposto il dessert, e in molti, già sazi, avevano già opposto un educato rifiuto quando è apparso lui, sì, lui, direttamente dagli anni 80 in tutto il suo splendore demodè: il carrello dei dolci! Ebbene, ristoratori in ascolto, restituitecelo: è un vero godimento. Alla vista del bonèt, della crème brulée alle castagne, dei lamponi freschi con la crema inglese, del semifreddo al marron glacé con la salsa gianduja e di tutto il resto, sono capitolati tutti come orsi Yoghi di fronte a un cestino del picnic. E dato che siamo foodies ma pure molto social, prima di litigarci i tortini li abbiamo filmati e fotografati da ogni angolazione, postando il tutto a destra e a manca. Non sono un’esperta di digital marketing, ma, se avessi un ristorante, io il carrello dei dolci correrei a farmelo :-D

 

10) Tornare a casa carichi di golosi pacchettini

Se avete seguito i miei consigli e fatto un giro goloso nel cuneese, non avete certo bisogno che vi suggerisca di prendervi qualche ricordino: confido nel vostro appetito e sono certa che non tornerete a mani vuote. Noi abbiamo riportato a casa cuneesi, marron glacè e gelè di frutta, e un vasto assortimento di cioccolatini ma con deplorevole ingordigia prenatalizia ci siamo già spazzolati tutto. Fortuna che esistono gli acquisti on-line per combattere il mal di #socialfoodewine :-)

La Salsa Aurora ha cambiato casa

Cari lettori vecchi e nuovi, è con un po’ di emozione che vi do il benvenuto nella mia nuova casa! Dopo 2 anni felici nella piattaforma blog.giallozafferano (che consiglio a tutti gli aspiranti food blogger per iniziare), ho finalmente fatto il salto nel vuoto e mi sono messa in proprio.

La Salsa è tutta nuova, c’è una nuova area ABOUT, nuove categorizzazioni, uno spazio PRESS (è ancora piccolo, ma crescerà) e una pagina99%VEG, in cui finalmente rispondo ad alcune delle domande che in tanti mi avete fatto in merito alla mia scelta vegetariana e al mio modo “rilassato” di trattare l’argomento qui sul blog.

I contenuti, però, rimangono quelli di sempre: troverete le mie colorate ricette, gli itinerari del gusto, i video fatti con Emu, le mie foto e i miei racconti. E presto arriverà anche la mia prima rubrica.
Spero che la nuova Salsa vi piaccia e che tornerete spesso a trovarmi!

saporiverdi

#SaporiVerdi al MO.OM Eco Hotel

La cucina vegetariana può essere creativa e raffinata quanto quella onnivora, proprio come un eco hotel può offrire tutto il comfort e il design di un luxury resort tradizionale. Lo chef executive Giorgio Perin del ristorante del Mo.om, Eco Hotel a 4 stelle alle porte di Milano, ha raccolto la sfida e accolto nella propria cucina chef prestigiosi da ogni parte d’Italia, selezionati da Carlo Vischi, direttore editoriale della collana 30Gourmet di Trenta Editore, per cimentarsi insieme a loro in 3 duetti all’insegna dell’alta cucina vegetariana.

Titolo del ciclo di eventi “Sapori Verdi a Tavola”, of course! Il leitmotiv green dei 3 appuntamenti incontra perfettamente i valori della struttura che li accoglie -un grandioso esempio di bioarchitettura in cui eleganza e grande attenzione al dettaglio si fondono a un’anima ecologica e sostenibile. Il tutto condito in salsa pop art.

Dopo il successo del primo appuntamento di “Sapori Verdi a Tavola” del 14 ottobre, con il menu realizzato a quattro mani con lo chef Fabrizio Albini (Resort I Cappuccini di Franciacorta, BS), martedì 11 novembre è stata la volta del duetto tra Giorgio Perin e lo chef ospite Mattia Sicher, giovane e garbato talento direttamente dal Pineta Hotel in Val di Non (Trentino). 

Dopo un aperitivo a base di bollicine brut riserva di Cesarini Sforzacreazioni finger food vegetariane appositamente studiate per l’evento, i due chef ci hanno deliziati con un menu insolito e delizioso, in cui a far la prima ballerina è la mela, prodotto simbolo della Val di Non, e interprete versatile adatta a ogni ruolo. Ad accompagnare i piatti le ottime birre artigianali del birrificio Bionoc e i vini dell’Azienda Agricola di Roberto Zeni.

Ecco il menu:

Sono rimasta in particolare folgorata dalla crema cotta di trentingrana, senza uova e delicatissima, perfetta abbinata alla julienne di noci bio e baby mela, e dalla fantastica “pizza nonesa”, che nonostante il nome un tantino fuorviante è una sorta di rosti di patate, molto leggero e fragrante, accompagnato da verdure fresche spadellate al dente e da un tomino di capra (della bontà dei formaggi di montagna non se ne parlerà mai abbastanza).

Golosa poi la #SicherSacher, di carattere grazie allo zenzero, e molto buoni anche i tortelloni ripieni di ricotta e mela renetta in cui però, nel tentativo di forse di valorizzare la delicatezza del ripieno, si è fatta un po’ sentire la mancanza di condimento all’esterno. Nel complesso un menu interessante e ben realizzato, che ha conquistato molti e non ha fatto rimpiangere a nessuno carne e pesce. Siamo stati in parecchi a chiedere il bis! :-)

Il prossimo e ultimo appuntamento con Sapori Verdi a Tavola il 9 dicembre: lo chef ospite sarà Damiano Nigro del relais Villa d’Amelia, nelle Langhe.

Per info e prenotazioni: eventi@moomhotel.com
Costo della cena a persona: 35 €

L’autunno pisano: grand tour tra arte, benessere e cultura del territorio

{Continua da QUI }
Ormai è fatta, avete fatto la valigia e chiuso casa, siete tornati indietro due volte per controllare che la segreteria del telefono fosse accesa e il gas spento, e ora siete finalmente pronti a partire per il vostro week end in una delle città più famose e belle al mondo, Pisa!  Siamo nel clou dell’autunno pisano, sono i giorni di Dolcemente e del Festival Pisa Food e Wine, ma non vorrete passare tutto il tempo a rimpinzarvi senza tregua: persino io faccio una pausa dalle delizie dello slow food, per accompagnarvi alla scoperta delle bellezze di Pisa e dintorni.

Seguitemi :-)

In verità c’è qualcuno che saprà guidarci molto meglio di me, perché di Pisa conosce non solo tutti i segreti ma anche quelle gustose storielle che restano nascoste nelle pieghe della Storia con la S maiuscola: si chiama Alessandro Bargagna, e se non state attenti potrebbe spuntarvi davanti vestito di tutto punto da temibile Conte Ugolino o da glorioso San Ranieri, perché le visite guidate “alternative” sono la sua specialità. Attraversiamo il Ponte di Mezzo, sede dello storico gioco in costume (considerandoci fortunati di non dover pagare il pedaggio all’ingresso e all’uscita come un tempo era d’uopo), abbracciamo con lo sguardo il tratto d’Arno che in giugno si accende di lumini per la Luminara,  seguiamo Alessandro attraverso le viuzze del quartiere, un tempo a luci rosse, chiamato Kinzica in omaggio alla principessina de’Sismondi la cui insonnia salvò la città dall’attacco dei pirati saraceni, e spuntiamo sotto a Palazzo Blu. Facciamoci raccontare la sua storia bizzarra, poi entriamo a visitare la splendida mostra Modigliani e Ses Amis.

Lasciamoci catturare dagli inspiegabili sguardi bianchi e azzurri dipinti da Modì, non tratteniamo un tuffo al cuore di fronte alla delicatezza di quei colli affusolati che sembrano sostenere assieme all’ovale del capo anche il peso di tutto il dolore e di tutta la dolcezza del mondo. E lasciamoci raccontare dei primi anni a Parigi, della tisi mascherata da ubriachezza, dell’uomo vero nascosto sotto la leggenda bohemienne. Si sente che Alessandro è attore oltre che guida, fa le giuste pause, sa quando abbassare la voce e accompagnare le parole con i gesti. Alla fine della mostra ci sentiamo indolenziti di bellezza.

È lo spirito giusto con cui lasciare il centro di Pisa e il tempo presente, ed immergerci nell’indolenza sobria e aristocratica dei Bagni di Pisa, l’antica stazione termale di San Giuliano Terme, a 5 km dalla città. Qui, come nella poesia di Baudelaire, tutto è ordine e bellezza, lusso calma e voluttà. Tutti ci accoglieranno con la gentilezza serena di chi sa di essere custode di un locus amoenus: guardate Giovanna Pioli, Sales & Marketing Manager dei Bagni di Pisa, ad esempio: ha questo sorriso misurato, rinascimentale, che si irradia dagli occhi e le imbiondisce anche la voce.

Se i Bagni di Pisa vi lasceranno senza fiato per la loro eleganza, ricordate che questa era un tempo la residenza estiva dei Lorena Granduchi di Toscana, e che oggi il relais fa parte del The Leading Hotels of the World, il più prestigioso brand dell’ hôtellerie di lusso, attestato su standard di qualità altissimi. Facciamoci un giro attraverso le antiche stanze perfettamente restaurate, tra stucchi color pastello, teneri marmi, tappezzerie raffinate e soffitti affrescati. Scegliamo una tra le 61 tra stanze e suite, certi di cadere bene comunque. Quando la porta si apre sulla principesca camera che cullerà il nostro sonno, trasaliamo pure senza imbarazzo, tanto capita a tutti di fronte a tanto splendore.

Per l’aperitivo c’è il caffè Shelley al primo piano, con cocktail esclusivi, bollicine pregiate e appetizer indimenticabili come macaron alla melanzana, cantucci al gorgonzola e tartellette ai fiori eduli e caprino. Per la cena, al ristorante Del Lorena, al secondo piano, ci aspettano capesante con fonduta di pecorini, tartufo e spinaci, gnochetti di farro con polpa di gamberi e porcini, filetto di san pietro su purea di topinambur e crumble di pane alla curcuma e per finire millefoglie di cioccolato ai cereali con amarene e caramello salato di pinoli allo zafferano:  lo chef Umberto Toscano sa come deliziarci! Ma casomai volessimo approfittarne per una remise en forme, saprà pure tenerci a stecchetto con gusto applicando il protocollo speciale DIT- dimagrire in toscana :-)


E siamo qui anche per fare le terme: laviamo via quel poco di popolar borghese che ci è rimasto addosso facendoci un bagnetto nelle preziose acque termali alla temperatura di 37°, scegliendo tra la piscina all’aperto, quella di Ponente o quella dell’area di Levante, fresca di un restauro impeccabile che ha richiesto 5 anni. Un massaggio eseguito da mani esperte, venti minuti nell’hammam dei Granduchi et voilà, ci saremo lorenizzati del tutto, saremo già più magri, posati, e parleremo con un filino di erre moscia mista a ‘c’ aspirata per ribadire il nostro toscano alto lignaggio.

Anche se sarà dura dovremo tornare alla vita reale, quindi vestiamo i nostri asciutti corpicini ben mineralizzati con un cappottino adatto alla sera d’autunno, e torniamo in città. Il richiamo della piazza è irresistibile, mi sa che siamo plebei dentro; per una bevuta scegliamo Piazza delle Vettovaglie, affollata di studenti allegri e rumorosi ai quali ci uniamo. Da Cecco Rivolta l’aperitivo è tutto local, si va di bordatino, pappa al pomodoro, pane strusciato di pomodoro e tutta una varietà di bruschette toscane km zero. Berremo molto, ma biodinamico e radical chic.

Dopo un sonno ristoratore tra gli sbuffi delle pregiate lenzuola della nostra stanza, andremo in Piazza dei Miracoli. Okay, faremo anche noi la foto facendo finta di reggere la torre, ma in fretta e senza dare nell’occhio, per favore: il web è pieno di ignari turisti reggitorre ridicolizzati da una prospettiva rivelatrice, e io non voglio essere una di loro! Tanto più che il momento è solenne ed esige un certo contegno: il professor Luperini, curatore della mostra Angeli di Mitoraj in corso all’opera della primaziale e al Museo delle Sinopie, è venuto di persona per farci da guida attraverso l’esposizione. Che già conosciate e apprezziate Mitoraj, o che l’abbiate solo sentito nominare negli ultimi tempi per via della recente scomparsa, non perdete l’occasione irripetibile di visitare una mostra che farà la storia dell’arte. L’artista ha contribuito ad ogni fase della realizzazione e dell’allestimento, imprimendo a tutto il suo inconfondibile e potente segno. I suoi angeli sono soprattutto creature alate eroiche e spesso sconfitte. L’Ikaro caduto, manifesto della mostra, giace superbo e struggente sul verde del campo dei miracoli, sfidando la maestosità della Torre, del Duomo e del Battistero come aveva fatto con il sole. Dopo la visita sentiremo un senso di umanità profonda ed eroica farsi strada dentro di noi.

 

A seconda dell’ora che si sarà fatta, avvertiremo anche un certo languorino. Ci rifocilleremo al fresco del Giardino Nascosto a Coltano, 15 minuti dalla città. Il menu sarà vario e stuzzicante, preparato con cura e materie prime locali e genuine: mini scones con zucchine e menta, con carote e curry e con cipolle e peperoncino; pappa al pomodoro con alici marinate; crema di zucchine con pecorino biologico del parco e liquirizia; julienne di verdure di stagione passate in padella con limone e timo e composte a tortino; cofanetto di melanzane pomodoro e basilico, e per finire assaggi di dolci della casa: crema di ricotta di pecora con pinoli del Parco di San Rossore e miele di spiaggia, e mousse al cioccolato De Bondt con scorzette di arancia candita.  Il tutto in un ambiente idilliaco, immerso nel verde, da colazione sull’erba.

Se però non avremo tempo di allontanarci dalla città, ci fermeremo al ristorante Squisitia all’interno dell’Hotel San Ranieri per un menu che per gli onnivori spazierà dai salumi e formaggi locali fino alla cecina con carpaccio di mucco pisano. Io farò il bis di risotto di funghi porcini freschi con crema di pecorino, capolavoro di equilibrio, e della ricotta del Pedrazzi con miele di spiaggia e fonduta di cioccolato Amedei.

 

Conoscete i Monti Pisani? Ve ne innamorerete! Vi porterò in un posto davvero speciale. Un antico frantoio, che sorge davanti alla torre del Brunelleschi, a Vicopisano. Quest’anno la raccolta delle olive è stata un disastro, ma possiamo fare uno spuntino con l’olio dell’anno scorso, che è straordinariamente buono.

Qui al Frantoio di Vicopisano c’è Francesco che ci accompagnerà tra gli oliveti e dentro il frantoio, raccontandoci l’olio come fosse una storia d’amore… dai risvolti assai piccanti! Come con Leopard 4, il macchinario di ultimissima generazione e di forma allusiva che separa l’olio dalla sansa; o come l’orgasmo dei contadini al momento della frangitura, che corona un anno di durissimo corteggiamento dell’oliva. Tutto quello che avreste voluto sapere sull’olio* (*ma non avete mai osato chiedere): sapevate che l’olivo non è un albero ma un arbusto? Che non c’è differenza di qualità ma solo di grado di maturazione tra le olive verdi e quelle nere? E che il mito vuole che fu con l’offerta dell’olivo alla città di Atene che Atena ne ottenne il patronato dal padre Zeus, strappandolo al fratelllo Poseidone? Quest’anno non ci sono olive sane da spremere, anche per questo c’è così tanto tempo per i racconti. Questo è un pensiero triste che però ci rende il tempo dedicatoci da Francesco e da suo zio ancora più prezioso.

#DolcementePisa

Ringraziamenti:
AIFB -Associazione Italiana Food Blogger
Martina di Colo, responsabile comunicazioni e relazioni esterne di Dolcemente Pisa
Kinzica Sorrenti, blog tour leader

E in ordine di apparizione:

City Grand Tour – Tour Guide Pisa
Alessandro Bargagna
info@citygrandtour.it – citygrandtour@gmail.com

Modigliani et ses amis
Palazzo Blu, Lungarno Gambacorti 9, Pisa
info@palazzoblu.it

Bagni di Pisa Palace & Spa
Giovanna Pioli, Sales & Marketing Manager
+39 050 88501
info@bagnidipisa.com

Cecco Rivolta
Piazza delle Vettovaglie 4, Pisa
+39 347 325 3540

Igor Mitoraj. Angeli (prolungata fino a Gennaio 2015)
Piazza del Duomo, Pisa
info(at)opapisa.it
+39 050 835011/12

Ristorante Squisitia
Via San Biagio – 56124 – Pisa
+39 050 97195550
info@squisitia.com

Ristoro Il Giardino Nascosto
Via della Lavoria 1, Coltano, Pisa
+39 349 409 0830

Azienda agricola biologica – Il Frantoio di Vicopisano
Località Palazzetto, 3/5 56010 Vicopisano, Pisa
+39 050.79.60.05
+39 050.79.67.07