La Salsa Aurora ha cambiato casa

Cari lettori vecchi e nuovi, è con un po’ di emozione che vi do il benvenuto nella mia nuova casa! Dopo 2 anni felici nella piattaforma blog.giallozafferano (che consiglio a tutti gli aspiranti food blogger per iniziare), ho finalmente fatto il salto nel vuoto e mi sono messa in proprio.

La Salsa è tutta nuova, c’è una nuova area ABOUT, nuove categorizzazioni, uno spazio PRESS (è ancora piccolo, ma crescerà) e una pagina99%VEG, in cui finalmente rispondo ad alcune delle domande che in tanti mi avete fatto in merito alla mia scelta vegetariana e al mio modo “rilassato” di trattare l’argomento qui sul blog.

I contenuti, però, rimangono quelli di sempre: troverete le mie colorate ricette, gli itinerari del gusto, i video fatti con Emu, le mie foto e i miei racconti. E presto arriverà anche la mia prima rubrica.
Spero che la nuova Salsa vi piaccia e che tornerete spesso a trovarmi!

saporiverdi

#SaporiVerdi al MO.OM Eco Hotel

La cucina vegetariana può essere creativa e raffinata quanto quella onnivora, proprio come un eco hotel può offrire tutto il comfort e il design di un luxury resort tradizionale. Lo chef executive Giorgio Perin del ristorante del Mo.om, Eco Hotel a 4 stelle alle porte di Milano, ha raccolto la sfida e accolto nella propria cucina chef prestigiosi da ogni parte d’Italia, selezionati da Carlo Vischi, direttore editoriale della collana 30Gourmet di Trenta Editore, per cimentarsi insieme a loro in 3 duetti all’insegna dell’alta cucina vegetariana.

Titolo del ciclo di eventi “Sapori Verdi a Tavola”, of course! Il leitmotiv green dei 3 appuntamenti incontra perfettamente i valori della struttura che li accoglie -un grandioso esempio di bioarchitettura in cui eleganza e grande attenzione al dettaglio si fondono a un’anima ecologica e sostenibile. Il tutto condito in salsa pop art.

Dopo il successo del primo appuntamento di “Sapori Verdi a Tavola” del 14 ottobre, con il menu realizzato a quattro mani con lo chef Fabrizio Albini (Resort I Cappuccini di Franciacorta, BS), martedì 11 novembre è stata la volta del duetto tra Giorgio Perin e lo chef ospite Mattia Sicher, giovane e garbato talento direttamente dal Pineta Hotel in Val di Non (Trentino). 

Dopo un aperitivo a base di bollicine brut riserva di Cesarini Sforzacreazioni finger food vegetariane appositamente studiate per l’evento, i due chef ci hanno deliziati con un menu insolito e delizioso, in cui a far la prima ballerina è la mela, prodotto simbolo della Val di Non, e interprete versatile adatta a ogni ruolo. Ad accompagnare i piatti le ottime birre artigianali del birrificio Bionoc e i vini dell’Azienda Agricola di Roberto Zeni.

Ecco il menu:

Sono rimasta in particolare folgorata dalla crema cotta di trentingrana, senza uova e delicatissima, perfetta abbinata alla julienne di noci bio e baby mela, e dalla fantastica “pizza nonesa”, che nonostante il nome un tantino fuorviante è una sorta di rosti di patate, molto leggero e fragrante, accompagnato da verdure fresche spadellate al dente e da un tomino di capra (della bontà dei formaggi di montagna non se ne parlerà mai abbastanza).

Golosa poi la #SicherSacher, di carattere grazie allo zenzero, e molto buoni anche i tortelloni ripieni di ricotta e mela renetta in cui però, nel tentativo di forse di valorizzare la delicatezza del ripieno, si è fatta un po’ sentire la mancanza di condimento all’esterno. Nel complesso un menu interessante e ben realizzato, che ha conquistato molti e non ha fatto rimpiangere a nessuno carne e pesce. Siamo stati in parecchi a chiedere il bis! :-)

Il prossimo e ultimo appuntamento con Sapori Verdi a Tavola il 9 dicembre: lo chef ospite sarà Damiano Nigro del relais Villa d’Amelia, nelle Langhe.

Per info e prenotazioni: eventi@moomhotel.com
Costo della cena a persona: 35 €

L’autunno pisano: grand tour tra arte, benessere e cultura del territorio

{Continua da QUI }
Ormai è fatta, avete fatto la valigia e chiuso casa, siete tornati indietro due volte per controllare che la segreteria del telefono fosse accesa e il gas spento, e ora siete finalmente pronti a partire per il vostro week end in una delle città più famose e belle al mondo, Pisa!  Siamo nel clou dell’autunno pisano, sono i giorni di Dolcemente e del Festival Pisa Food e Wine, ma non vorrete passare tutto il tempo a rimpinzarvi senza tregua: persino io faccio una pausa dalle delizie dello slow food, per accompagnarvi alla scoperta delle bellezze di Pisa e dintorni.

Seguitemi :-)

In verità c’è qualcuno che saprà guidarci molto meglio di me, perché di Pisa conosce non solo tutti i segreti ma anche quelle gustose storielle che restano nascoste nelle pieghe della Storia con la S maiuscola: si chiama Alessandro Bargagna, e se non state attenti potrebbe spuntarvi davanti vestito di tutto punto da temibile Conte Ugolino o da glorioso San Ranieri, perché le visite guidate “alternative” sono la sua specialità. Attraversiamo il Ponte di Mezzo, sede dello storico gioco in costume (considerandoci fortunati di non dover pagare il pedaggio all’ingresso e all’uscita come un tempo era d’uopo), abbracciamo con lo sguardo il tratto d’Arno che in giugno si accende di lumini per la Luminara,  seguiamo Alessandro attraverso le viuzze del quartiere, un tempo a luci rosse, chiamato Kinzica in omaggio alla principessina de’Sismondi la cui insonnia salvò la città dall’attacco dei pirati saraceni, e spuntiamo sotto a Palazzo Blu. Facciamoci raccontare la sua storia bizzarra, poi entriamo a visitare la splendida mostra Modigliani e Ses Amis.

Lasciamoci catturare dagli inspiegabili sguardi bianchi e azzurri dipinti da Modì, non tratteniamo un tuffo al cuore di fronte alla delicatezza di quei colli affusolati che sembrano sostenere assieme all’ovale del capo anche il peso di tutto il dolore e di tutta la dolcezza del mondo. E lasciamoci raccontare dei primi anni a Parigi, della tisi mascherata da ubriachezza, dell’uomo vero nascosto sotto la leggenda bohemienne. Si sente che Alessandro è attore oltre che guida, fa le giuste pause, sa quando abbassare la voce e accompagnare le parole con i gesti. Alla fine della mostra ci sentiamo indolenziti di bellezza.

È lo spirito giusto con cui lasciare il centro di Pisa e il tempo presente, ed immergerci nell’indolenza sobria e aristocratica dei Bagni di Pisa, l’antica stazione termale di San Giuliano Terme, a 5 km dalla città. Qui, come nella poesia di Baudelaire, tutto è ordine e bellezza, lusso calma e voluttà. Tutti ci accoglieranno con la gentilezza serena di chi sa di essere custode di un locus amoenus: guardate Giovanna Pioli, Sales & Marketing Manager dei Bagni di Pisa, ad esempio: ha questo sorriso misurato, rinascimentale, che si irradia dagli occhi e le imbiondisce anche la voce.

Se i Bagni di Pisa vi lasceranno senza fiato per la loro eleganza, ricordate che questa era un tempo la residenza estiva dei Lorena Granduchi di Toscana, e che oggi il relais fa parte del The Leading Hotels of the World, il più prestigioso brand dell’ hôtellerie di lusso, attestato su standard di qualità altissimi. Facciamoci un giro attraverso le antiche stanze perfettamente restaurate, tra stucchi color pastello, teneri marmi, tappezzerie raffinate e soffitti affrescati. Scegliamo una tra le 61 tra stanze e suite, certi di cadere bene comunque. Quando la porta si apre sulla principesca camera che cullerà il nostro sonno, trasaliamo pure senza imbarazzo, tanto capita a tutti di fronte a tanto splendore.

Per l’aperitivo c’è il caffè Shelley al primo piano, con cocktail esclusivi, bollicine pregiate e appetizer indimenticabili come macaron alla melanzana, cantucci al gorgonzola e tartellette ai fiori eduli e caprino. Per la cena, al ristorante Del Lorena, al secondo piano, ci aspettano capesante con fonduta di pecorini, tartufo e spinaci, gnochetti di farro con polpa di gamberi e porcini, filetto di san pietro su purea di topinambur e crumble di pane alla curcuma e per finire millefoglie di cioccolato ai cereali con amarene e caramello salato di pinoli allo zafferano:  lo chef Umberto Toscano sa come deliziarci! Ma casomai volessimo approfittarne per una remise en forme, saprà pure tenerci a stecchetto con gusto applicando il protocollo speciale DIT- dimagrire in toscana :-)


E siamo qui anche per fare le terme: laviamo via quel poco di popolar borghese che ci è rimasto addosso facendoci un bagnetto nelle preziose acque termali alla temperatura di 37°, scegliendo tra la piscina all’aperto, quella di Ponente o quella dell’area di Levante, fresca di un restauro impeccabile che ha richiesto 5 anni. Un massaggio eseguito da mani esperte, venti minuti nell’hammam dei Granduchi et voilà, ci saremo lorenizzati del tutto, saremo già più magri, posati, e parleremo con un filino di erre moscia mista a ‘c’ aspirata per ribadire il nostro toscano alto lignaggio.

Anche se sarà dura dovremo tornare alla vita reale, quindi vestiamo i nostri asciutti corpicini ben mineralizzati con un cappottino adatto alla sera d’autunno, e torniamo in città. Il richiamo della piazza è irresistibile, mi sa che siamo plebei dentro; per una bevuta scegliamo Piazza delle Vettovaglie, affollata di studenti allegri e rumorosi ai quali ci uniamo. Da Cecco Rivolta l’aperitivo è tutto local, si va di bordatino, pappa al pomodoro, pane strusciato di pomodoro e tutta una varietà di bruschette toscane km zero. Berremo molto, ma biodinamico e radical chic.

Dopo un sonno ristoratore tra gli sbuffi delle pregiate lenzuola della nostra stanza, andremo in Piazza dei Miracoli. Okay, faremo anche noi la foto facendo finta di reggere la torre, ma in fretta e senza dare nell’occhio, per favore: il web è pieno di ignari turisti reggitorre ridicolizzati da una prospettiva rivelatrice, e io non voglio essere una di loro! Tanto più che il momento è solenne ed esige un certo contegno: il professor Luperini, curatore della mostra Angeli di Mitoraj in corso all’opera della primaziale e al Museo delle Sinopie, è venuto di persona per farci da guida attraverso l’esposizione. Che già conosciate e apprezziate Mitoraj, o che l’abbiate solo sentito nominare negli ultimi tempi per via della recente scomparsa, non perdete l’occasione irripetibile di visitare una mostra che farà la storia dell’arte. L’artista ha contribuito ad ogni fase della realizzazione e dell’allestimento, imprimendo a tutto il suo inconfondibile e potente segno. I suoi angeli sono soprattutto creature alate eroiche e spesso sconfitte. L’Ikaro caduto, manifesto della mostra, giace superbo e struggente sul verde del campo dei miracoli, sfidando la maestosità della Torre, del Duomo e del Battistero come aveva fatto con il sole. Dopo la visita sentiremo un senso di umanità profonda ed eroica farsi strada dentro di noi.

 

A seconda dell’ora che si sarà fatta, avvertiremo anche un certo languorino. Ci rifocilleremo al fresco del Giardino Nascosto a Coltano, 15 minuti dalla città. Il menu sarà vario e stuzzicante, preparato con cura e materie prime locali e genuine: mini scones con zucchine e menta, con carote e curry e con cipolle e peperoncino; pappa al pomodoro con alici marinate; crema di zucchine con pecorino biologico del parco e liquirizia; julienne di verdure di stagione passate in padella con limone e timo e composte a tortino; cofanetto di melanzane pomodoro e basilico, e per finire assaggi di dolci della casa: crema di ricotta di pecora con pinoli del Parco di San Rossore e miele di spiaggia, e mousse al cioccolato De Bondt con scorzette di arancia candita.  Il tutto in un ambiente idilliaco, immerso nel verde, da colazione sull’erba.

Se però non avremo tempo di allontanarci dalla città, ci fermeremo al ristorante Squisitia all’interno dell’Hotel San Ranieri per un menu che per gli onnivori spazierà dai salumi e formaggi locali fino alla cecina con carpaccio di mucco pisano. Io farò il bis di risotto di funghi porcini freschi con crema di pecorino, capolavoro di equilibrio, e della ricotta del Pedrazzi con miele di spiaggia e fonduta di cioccolato Amedei.

 

Conoscete i Monti Pisani? Ve ne innamorerete! Vi porterò in un posto davvero speciale. Un antico frantoio, che sorge davanti alla torre del Brunelleschi, a Vicopisano. Quest’anno la raccolta delle olive è stata un disastro, ma possiamo fare uno spuntino con l’olio dell’anno scorso, che è straordinariamente buono.

Qui al Frantoio di Vicopisano c’è Francesco che ci accompagnerà tra gli oliveti e dentro il frantoio, raccontandoci l’olio come fosse una storia d’amore… dai risvolti assai piccanti! Come con Leopard 4, il macchinario di ultimissima generazione e di forma allusiva che separa l’olio dalla sansa; o come l’orgasmo dei contadini al momento della frangitura, che corona un anno di durissimo corteggiamento dell’oliva. Tutto quello che avreste voluto sapere sull’olio* (*ma non avete mai osato chiedere): sapevate che l’olivo non è un albero ma un arbusto? Che non c’è differenza di qualità ma solo di grado di maturazione tra le olive verdi e quelle nere? E che il mito vuole che fu con l’offerta dell’olivo alla città di Atene che Atena ne ottenne il patronato dal padre Zeus, strappandolo al fratelllo Poseidone? Quest’anno non ci sono olive sane da spremere, anche per questo c’è così tanto tempo per i racconti. Questo è un pensiero triste che però ci rende il tempo dedicatoci da Francesco e da suo zio ancora più prezioso.

#DolcementePisa

Ringraziamenti:
AIFB -Associazione Italiana Food Blogger
Martina di Colo, responsabile comunicazioni e relazioni esterne di Dolcemente Pisa
Kinzica Sorrenti, blog tour leader

E in ordine di apparizione:

City Grand Tour – Tour Guide Pisa
Alessandro Bargagna
info@citygrandtour.it – citygrandtour@gmail.com

Modigliani et ses amis
Palazzo Blu, Lungarno Gambacorti 9, Pisa
info@palazzoblu.it

Bagni di Pisa Palace & Spa
Giovanna Pioli, Sales & Marketing Manager
+39 050 88501
info@bagnidipisa.com

Cecco Rivolta
Piazza delle Vettovaglie 4, Pisa
+39 347 325 3540

Igor Mitoraj. Angeli (prolungata fino a Gennaio 2015)
Piazza del Duomo, Pisa
info(at)opapisa.it
+39 050 835011/12

Ristorante Squisitia
Via San Biagio – 56124 – Pisa
+39 050 97195550
info@squisitia.com

Ristoro Il Giardino Nascosto
Via della Lavoria 1, Coltano, Pisa
+39 349 409 0830

Azienda agricola biologica – Il Frantoio di Vicopisano
Località Palazzetto, 3/5 56010 Vicopisano, Pisa
+39 050.79.60.05
+39 050.79.67.07

 

spezie

L’autunno pisano: aspettando Dolcemente (22-23 novembre 2014)

Come sarà fare un blog tour alla scoperta della città in cui ho vissuto metà della mia vita? Me lo stavo ancora chiedendo mentre correvo, trafelata sotto al sole cocente di un ottobre assurdo, verso la Stazione Leopolda, per la presentazione della due giorni di anteprima di Dolcemente Pisa alla quale avrei partecipato in veste di food blogger AIFB.

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Poco dopo, accolta a braccia aperte dai sorrisi di Martina di Colo, Federica Pellegrino, Martino Alderigi, Euro Antoni e di tutti gli organizzatori, mi sono ritrovata a stringere le mani e ripetere il mio nome a giornalisti e colleghi blogger arrivati da tutta Italia, tutti con l’aria eccitata di chi si trova in un posto nuovo e si guarda attorno cercando di familiarizzare. Nel nostro gruppo, la nostra splendida Marina da Rimini, Martina da Bologna, Ornella e Monica dalla Campania, Silvia da Roma, Enzo e Roberta dalla Puglia e la deliziosa Anna da Milano. Abbiamo iniziato a pranzare e ridere attorno a un tavolo apparecchiato all’aperto, alla toscana: in una mano una fetta di bruschetta di pane biologico, nell’altra già un bicchiere di vino rosso.  Mi sono ritrovata a guardare quella tavola, con quella luce calda e dolce e occidentale che fa sembrare il vino più rosso e le risate più allegre, sorridendo al pensiero che quelli sarebbero stati per me due giorni ancor più speciali che per gli altri, perché avrei davvero avuto l’occasione di rivedere Pisa, e forse la Toscana tutta, con occhi diversi. Non più ammantata di routine e normalità, ma nuova, emozionante, bella e sottovalutata. Per due giorni ho giocato a fare la turista e mi sono innamorata di Pisa per la seconda volta della mia vita.

In due giorni, accompagnati dalla bravissima Kinzica, travel blogger e tour leader nata, abbiamo avuto un assaggio, letterale e non solo, di tutte le eccellenze locali coinvolte o gemellate con gli eventi del calendario autunnale della Leopolda, il Pisa Food e Wine Festival e in particolare Dolcemente.

La Stazione Leopolda. Aspettando

Per descrivere la Stazione Leopolda di Pisa, un luogo che amo e frequento dal mio primo anno a Pisa, quando ancora vi si svolgeva l’allora giovane festival dell’editoria indipendente, mi viene in mente quel verso di Gaber che è nel cuore di molti:

La libertà è partecipazione.

“Associazione di associazioni” (68 per l’esattezza), la Casa della Città Leopolda ha infatti lo scopo di reinventare, rendendolo vivo e fruibile, uno spazio comune, promuovendo al suo interno attività di valore per il territorio. Si va dai laboratori didattici per i bambini e le loro famiglie, svolti nella Bottega della Leopolda, mercato permanente di filiera corta, fino all’organizzazione delle manifestazioni più prestigiose della scena cittadina, come appunto Dolcemente Pisa e il Pisa Food e Wine Festival, fiere-evento che raccontano il territorio attraverso eccellenze locali a km 0 e presidi slow food.

Dolcemente è l’evento nazionale dedicato alla pasticceria italiana di alta qualità che si svolge ogni anno a Pisa in novembre -qui trovate il bellissimo blog dedicato. In programma un ricco calendario di attività, show cooking e incontri, e la possibilità per i visitatori di scoprire, degustare e a scelta acquistare un’ampia e selezionata varietà di dolci, espressioni del territorio di appartenenza, ma anche frutto di sapienti contaminazioni. Tema di quest’anno sono infatti le spezie, tesori di quell’oriente mediterraneo con cui Pisa, antica repubblica marinara e città di mercanti, ha dialogato per secoli conservandone traccia tanto nella cultura quanto nella cucina.

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Il gelato artigianale e naturale di De’Coltelli

Uno dei protagonisti della nostra dolce anteprima, l’amatissima e pluripremiata gelateria De’Coltelli, ha preso felicemente alla lettera l’invito alla contaminazione di Dolcemente, e ha preparato per noi una sontuosa selezione di particolarissimi gusti speziati. Assaggiarli è come partire per un viaggio, ma portandosi in valigia un po’ di casa: i gusti sono esotici ma bilanciati, il gelato si fa avventuroso senza perdere l’intima vocazione di comfort food. C’è la pera con il pepe rosa, nuovo classico, la mela e macis, la crema con il cardamomo, avvolgente e rinfrescante, il delizioso cachi alla vaniglia di Thaiti, il prezioso zafferano di san Miniato. Come ci racconta Gianfrancesco Cultelli, orgoglioso proronipote del De’Coltelli che verso la metà del XVII secolo, con l’invenzione del mantecatore, fu l’iniziatore della gelateria moderna, un buon gelato in realtà non ha segreti: semplicemente materie prime eccellenti e di stagione, una buona mantecatura, nessuna aggiunta di addensanti, coloranti e altri “trucchi”. Ma anche tanta passione e un’incessante ricerca, non possiamo fare a meno di pensare noi con gli occhi socchiusi di delizia.

Il Miele di Spiaggia

Un classico di De’Coltelli molto apprezzato è anche “A Serena”, fiordilatte alla ricotta di Pecora con i pinoli di San Rossore, e il miele di spiaggia. Un abbinamento, questo, davvero rappresentativo del territorio pisano. Se qui è in versione gelato, da Squisitia, eccellente ristorante dell’Hotel San Ranieri, lo si trova con la ricotta in purezza bagnata di miele e fuso di cioccolato Amedei. Anche al delizioso ristoro  “Il Giardino nascosto” di Coltano, antico fienile con giardino gestito con infinito garbo e buona dose di talento da un giovanissimo ex calciatore, tra i dessert in degustazione non manca la ricotta, in versione spuma dolce, con il miele di spiaggia. Se un tempo, quando da queste parti quasi tutti erano contadini, la ricotta con il miele era il dolce dei poveri, oggi è degli intenditori: un dessert semplice, ma particolare e infinitamente buono, che sono felice di veder valorizzato come merita.

Alla Bottega della Leopolda conosciamo Donatella Baldi, l’apicoltrice della piccola azienda di mieli biologici Sapori Mediterranei, che ci racconta quanta cura e passione c’è dietro questo speciale miele di spiaggia, prodotto unico che nasce solo all’interno della riserva naturale del Parco di San Rossore, nel tratto di arenile che va dalla Marina di Levante alla foce del Serchio, delimitato dal mare e dalla pineta. Di colore chiaro e ambrato, trasparente e molto fluido, il miele di spiaggia ha un profumo unico e un sapore eccezionale, merito degli oli essenziali delle piante da cui viene prodotto: cisto, tamerice, corbezzolo, pitosforo ed elicriso. Proprio quest’ultima specie botanica, che con i suoi fiori gialli colora le dune del litorale da maggio a luglio, è quella che più di tutte conferisce al miele di spiaggia l’inconfondibile aroma che ricorda le spiagge selvagge, salmastre e incontaminate cantate dai poeti che ne rimasero innamorati.

 La Torta co’bischeri di Pontasserchio

C’è un altro dolce tipico del territorio pisano a cui io sono particolarmente legata, e al quale durante il nostro blog tour è stata dedicata una vera e propria lezione di pasticceria presso il laboratorio dei Fratelli Sbrana (ex Casa del Prosciutto). Sto parlando della Torta co’bischeri di Pontasserchio, la torta del paese di mia mamma fatta con il cioccolato, il riso, i pinoli del Parco di San Rossore, i canditi, l’uvetta, una frolla speciale e qualche tocco di maestria. E qui devo ammettere che mi è stato davvero difficile vestire i panni vergini del viaggiatore!

Non sono riuscita a guardare quella teglia di alluminio dai bordi alti senza ricordare con tenerezza quelle di nonna Lia con le sue iniziali incise sotto, per riconoscere le sue torte tra le altre quando tornava a prenderle al forno dove venivano cotte per la fiera del paese.

Non sono riuscita ad ascoltare la lista di ingredienti snocciolata dall’abile pasticcere Michele senza trattenermi dal confrontarla con la mia, scritta a mano da nonna su un foglio ormai giallo che ha il doppio dei miei anni. Non sono riuscita nemmeno a scoprire quali spezie segrete si nascondessero sotto l’ermetica dicitura “droghe”, che farebbe trasalire Giovanardi e che da anni fa ammattire mamma alla ricerca del perduto giusto mix di noce moscata, coriandolo, cannella e chissà cos’altro.

L’esperimento del distacco, insomma, non mi è proprio riuscito: ma mi sono divertita ad assaggiare in incognito la torta degli Sbrana, mascherando quel velo di rivalità tra massaie che rende più saporite le feste di paese. Il verdetto? Promossa a pieni voti. Ma forse sarebbe meglio farla assaggiare a un giudice più severo: nonno Elio ;-)

Cioccorocolato: il potere della caketeraphy

Ricordate la sontuosa, entusiasmante sequenza a ritmo di “I want candy” nella Maria Antonietta rock di Sofia Coppola?  Se sognate di vivere un momento goloso come quello che vi ha mandate in brodo di giuggiole dalla poltroncina del cinema, venite a trovare Candida Cillo nella sua deliziosa pasticceria che sembra un piccolo bistrot. Vassoi stracolmi di pasticcini, un vaso intero di crema di cioccolato e nocciola appena fatta in cui intingere in punta di dita la biscotteria fine, pops di semifreddo da farne un sol boccone, alzatine di bignè e tortine delicate, sfoglie che si sciolgono in bocca in un tripudio di crema. La laurea in psicologia deve essere servita a Candida soprattutto per capire che non c’è felicità se non si segue il proprio sogno: il suo era di diventare una bravissima pasticcera, ed è una fortuna per i golosi di Pisa e dintorni che sia riuscita ad avverarlo! Segnatevi l’indirizzo di Cioccorocolato e rifugiatevi qui per ritrovare il buonumore nelle giornate più grigie -tra le mani una tazza di cioccolata bollente, tutt’intorno il leggero profumo di burro delle sfoglie ( in toscano “tordelli”) appena sfornati, e subito il mondo vi apparirà più dolce.

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E dopo tanta dolcezza, un tuffo nell’arte, nel benessere e nella movida cittadina: nel prossimo episodio vi porterò alle terme dei granduchi e a spasso per la città con una guida eccezionale. Pronti con le valigie? L’autunno pisano vi aspetta!

Continua a leggere QUI :-)

 

Torta semplice di ricotta e cacao

I dolci sono la cura per molti mali, e a volte non c’è tempo da perdere :-)
Questa è una torta semplice e veloce per davvero, mica tanto per dire. Il tempo di accendere il forno, mescolare tutti gli ingredienti insieme in una terrina, inzuccherare la tortiera e infornare, e in mezzora vi ritroverete con la vostra torta di ricotta e cacao (senza burro, senza olio) pronta per la merenda. Profumata, soffice, delicata, perfetta da sola o da farcire di marmellata di fichi o arance amare, oppure da accompagnare con una pallina di gelato alla vaniglia o uno sbuffo di panna fresca.

Ingredienti per una tortiera da 18 cm:

250 g di ricotta fresca vaccina
2 uova fresche biologiche
4 cucchiai di cacao amaro bio in polvere
80 g di zucchero
90 g di farina setacciata
1 busta di lievito per dolci
i semi di una bacca di vaniglia

+burro e zucchero per la tortiera
+zucchero a velo per decorare

Preparazione:

Si va sul semplice: rompete le uova in una terrina e aggiungetevi tutti gli ingredienti. Amalgamate con le fruste elettriche per rendere omogeneo il composto, e rovesciatelo nella tortiera imburrata e inzuccherata, livellando la superficie con una spatola.
Cuocete in forno a 180° per circa 25 minuti, facendo la prova dello stecchino, che quando la torta è pronta uscirà asciutto.
Lasciate intiepidire la torta e rifinitela con una spolverata di zucchero a velo.
Bon appétit!

Marcello Trentini, chef di Magorabin

Magia a tavola. 11 domande a Magorabin

A cena da Magorabin: la magia dell’alta cucina creativa.

A cena da Magorabin mi sono divertita molto. Parte del merito va alle note frizzanti di vini eccellenti, e alla compagnia brillante (c’erano Giulia e Valeria, le food blogger con cui non il tempo trascorso non è mai abbastanza; Carlo Vischi con cui è impossibile annoiarsi; e poi Claudia, Emu, le Biteg girls Emanuela, Cristina, Francesca…). Ma è pure la cena, che di per sé, è stata un vero divertimento: colpi di scena, effetti speciali, trucchi; intrattenimento allo stato puro. Come guardare dentro a una lanterna magica.

Ecco il video-manifesto di Magorabin, mostrato a noi in anteprima:

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Non stupisce che Marcello Trentini, il giovane astro -Michelin- dei fornelli, alla conduzione, assieme con la moglie Simona, del ristorante torinese Magorabin, stia pensando di concepire un nuovo concetto di cena come vera e propria performance, per la quale si paga il biglietto, ci si siede, si lascia che sia lo chef-imbonitore a condurre, e ci si gode lo spettacolo. La sua è una cucina artistica che gode della carta bianca, dello spazio di azione. Ama esibirsi, donarsi, raccontarsi attraverso piatti come sequenze, parti di un unico racconto che non va sviato o interrotto.

Lo spettacolo è stupefacente e articolato, le portate si susseguono mignon e colorate proprio come i vetrini che vengono rapidamente giustapposti nella lanterna magica per lasciare gli spettatori con il fiato sospeso: il rocher di foie gras, il macaron al paté di coniglio, la boule di porcini, i ravioli alle cinque cipolle con polvere di caffè, l’alexander di baccalà, i celeberrimi spaghetti pane burro e acciughe, insalatine di tartufo, i fiori e i piccoli frutti dal bosco, la caprese con il gelato al pomodoro e moltissimi altri, per approdare allo stupore del finale -con la suspense aumentata dalla poesiola di limone fichi e rosmarino-: Mousse di cioccolato Dulcey, terra di cioccolato, sorbetto di banana e consommé al frutto della passione. Prodigiosa, esotica e avventurosa.

11 domande a Magorabin

Moderno Méliès prestato all’alta cucina, Marcello non è uno chef che sta dietro le quinte -è un istrionico che si racconta in ogni piatto, gode di ogni commento e si presta volentieri al gioco anche quando vi si nasconde una malcelata curiosità.  Ride della sua risata contagiosa e risponde a 11 domande bislacche (11, sì, perché dopo la 10 me ne è venuta in mente una per quelli che ben pensano e ho fatto pure quella -per fortuna!).
Per non rovinare il divertimento ai suoi fan, mi guarderò dall’aggiungere alle sue risposte qualsiasi tipo di commento o considerazione personale: signore e signori, Magorabin! :-)

1. Tre parole per descriverti.

Vorace, irrefrenabile, innamorato.

2. Tre parole per descrivere la tua cucina.

Visionaria, golosa, emozionante.

3. Il primo ricordo legato al cibo.

La colazione della domenica con i miei.

4. Il cliente peggiore.

Sempre e comunque quello che manca di rispetto al nostro impegno.

5. Il complimento più bello.

“I suoi piatti mi fanno commuovere”

6. La critica più vera

Le critiche sono sempre soggettive, io vado avanti per la mia strada.

7. Se Magorabin fosse un’opera d’arte sarebbe…

Un’opera lirica in 3 atti.

8.Se Magorabin fosse una città sarebbe…

New York.

9. L’ingrediente che porteresti con te su un’isola deserta.

Il pomodoro.

10. Il tuo piatto afrodisiaco.

Il tartufo in tutte le sue declinazioni.

11. Ti taglierai mai i rasta? :-)

Non posso.. Mia moglie si arrabbierebbe! ;-)

 

I cioccolatini di Guido Castagna

Torino la dolce {il cioccolato e il gelato}

Continua da QUI-> Torino la dolce {i caffè storici}

Da Guido Castagna a lezione di cioccolato gianduja

Se c’è un simbolo della Torino del gusto riconoscibile in tutto il mondo, è senz’altro il gianduiotto, il tipico cioccolatino dall’incarto dorato e dal gusto sontuoso; per scoprine la storia, la ricetta e tutti i segreti siamo andati in uno dei luoghi simbolo del cioccolato piemontese, e cioè nell’atelier di Guido Castagna.

I cioccolatini di Guido Castagna

Il gianduiotto nasce a metà 800 quando, per far fronte all’embargo napoleonico che impediva l’importazione di quantità di cacao sufficienti a soddisfare la domanda di cioccolatini, il confettiere Michele Prochet pensò bene di mescolare la pasta di cacao con quella ottenuta triturando la nocciola: erano entrambe fini, pastose e con una grossa componente oleosa, e si potevano trattare alla stessa maniera.

Fu così, dalla povertà e dall’espediente, che nacque uno dei cioccolatini più famosi e buoni del mondo. Non mi pare un caso, se nel Simposio di Platone, di Povertà e Espediente è figlio Eros, Amore. In fondo a Torino l’amore è fatto a forma di Gianduiotto :-)

Ma questo creativo cioccolatino non si chiamava ancora gianduiotto, bensì givo, per la somiglianza con il mozzicone del sigaro che si fumava a quel tempo. Il nome con cui lo conosciamo adesso si deve all’occasione di un carnevale, durante il quale Gianduja, la maschera tradizionale torinese, fece dono alla folla dei nuovi cioccolatini, che da quel momento per tutti divennero i gianduiotti.

A quel tempo, i cioccolatini si facevano a mano, ed è un metodo ancora usato per preparane piccole quantità pregiate. I metodi moderni sono però lo stampo o l’estrusione. Nel laboratorio Guido Castagna utilizzano questo secondo metodo, ma con il supporto di una macchina migliorata, di loro invenzione, che permette l’estrusione perfetta pur mantenendo nell’impasto solo cacao, zucchero e nocciole, senza alcuna aggiunta di latte o panna.

Il vero gianduiotto è questo, fatto con 3 soli ingredienti: a maggior ragione la loro qualità deve essere eccellente. Da Guido Castagna si lavora il cioccolato a partire dalle fave del cacao, che vengono acquistate presso cooperative certificate garantite da Slow Food. La qualità è altissima, le condizioni di lavoro eque, e il prezzo giustamente più alto. Esistono 3 macro famiglie di cacao:

  • Cacao Criollo, definito anche cacao nobile: resa bassissima, pianta delicata, semi aromatici e pregiati. Per i suoi costi molto alti, rappresenta appena l’1% della produzione mondiale di cacao
  • Cacao Forastero o cacao di consumo: pianta robusta e produttiva, semi più grandi e più amari, rappresenta circa l’80% della produzione di cacao su scala mondiale
  • Cacao Trinitario, ibrido dei primi due, con caratteristiche miste.

Per i gianduiotti si utilizza solo il cacao Criollo, della varietà Chuao del Venezuela. Le fave arrivano intere, vengono aperte, i semi messi a fermentare, poi stesi al sole, scelti a mano e fatti essiccare. Arriva poi il momento più critico ed emozionante, quello della tostatura. La tostatura è in grado di esaltare l’aromaticità dei semi di cacao come pure di rovinarla, se riesce male. Nel laboratorio di Guido Castagna continue sperimentazioni stanno portando verso la tecnica della tostatura raw, impropriamente detta a crudo: una tostatura lenta e leggera che abbatte la carica batterica dei semi mantenendone inalterati i sapori. Dopo la tostatura, il lavoro non è ancora concluso: si passa alla macinatura, alla raffinazione e al concaggio. Solo dopo diversi mesi il cacao è pronto per unirsi allo zucchero biologico di canna e alle pregiate nocciole tonde gentili delle Langhe, per dare forma ad un cioccolatino che vi farà sognare.

Da Mara dei Boschi e in Gelatelier. Con il gelato artigianale c’è più gusto

Se in Italia si concentra il 50% delle gelaterie di tutto il mondo, viene da pensare che una buona metà debba trovarsi qui a Torino. Ogni quartiere conta più gelaterie di un’intera città, e la qualità media è ovunque altissima. Nel tour delle gelaterie eccellenti, non dimenticate una piccola sosta da Pepino, deliziosamente vintage con il suo carrettino: una delle gelaterie più antiche della città, nonché il luogo in cui è nata la ricetta del pinguino, il gelato amato dai bambini di tutte le età. (Gelateria Pepino, Piazza Carignano, 8 – 10123 Torino)

La lavagna di Mara dei Boschi

Spostatevi poi nel cuore del quartiere di San Salvario, il new place to be di Torino: Mara dei Boschi è un nome di fantasia derivato dalla Mara de Bois, pregiata varietà di fragolina di bosco. È un nome fiabesco, da fata o principessa, e infatti piace moltissimo ai bambini, per i quali tutto è appositamente pensato, con intento tra il ludico e il didattico, in questa deliziosa gelateria artigianale dall’aspetto naïve aperta poco più di 2 anni fa e già di enorme successo. La gelateria comunica con una caffetteria altrettanto giovane e fiabesca, dove se vuoi puoi pure comprare la tua tazzina di porcellana e trovarla sempre lì ad aspettarti ogni volta che torni.

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Sulla lavagna di Mara dei Boschi i gusti del giorno sono scritti con il gessetto, e possono cambiare di ora in ora. Il gelataio Marco Serra ci accompagna una palettina alla volta attraverso una degustazione che definisce cromatica: si parte dal bianco del fior di panna, realizzato con il latte di alpeggio, si prosegue con le creme chiare fino via via ad arrivare ai colori più scuri del cioccolato chuao, del premiato nero e arancia e del gusto gianduiotto (solo cacao, zucchero e nocciole) tutti realizzati nel laboratorio a vista.

La grande novità, presentata al Salone del Gusto e da noi assaggiata in anteprima, è però il primo, vero gianduiotto gelato: dall’aspetto di cioccolatino, dal sapore fondente di gianduja e dalla suadente, voluttuosa sostanza fredda e cremosa – un piccolo momento di piacere puro. Altre chicche della Mara dei Boschi, gli aperitivi in gelateria, e il gelato da asporto che viene confezionato in scatole firmate, come si fa con i confetti artigianali: un’idea bellissima per trasformare un omaggio goloso in un vero e proprio regalo. (Gelateria Mara dei Boschi,via Berthollet 30 h, Torino)

Un altro ottimo gelato artigianale si può trovare da Gelatelier, un laboratorio dove l’artigianalità e la ricerca sono di casa. Buonissime le creme, il torroncino, il marron glacée, i sorbetti, e le fantasie alla frutta prodotte con sola frutta fresca, secondo l’antica ricetta di una volta. Il filo rosso è sempre quello della qualità delle materie prime, che variano di volta in volta a seconda della disponibilità e della stagionalità. Il gelataio Massimo Borio ha preparato per noi in diretta un gusto davvero speciale: sorbetto ai cachi e gelato ispirato alla Torta Elvezia mantovana. Squisito! (Gelateria Gelatelier, Corso Vinzaglio, 28, 10121 Torino)

Cachi e torta Elvezia da Gelatelier

Ospite d’onore da Gelatelier una Coppa del Mondo della Gelateria: Filippo Novelli, che si è generosamente esibito per noi nella preparazione del gelato gastronomico, per i comuni mortali il gelato salato. In verità il gelato gastronomico è “diversamente dolcificato”, con zuccheri a basso potere dolcificante, che però garantiscano, come il saccarosio, un gelato ben mantecato e senza cristalli. Il gelato gastronomico si realizza soprattutto con formaggi e ortaggi, ma questi ultimi sono molto più difficili per via della grande quantità d’acqua che contengono: in pratica, senza la corretta mantecatura, si rischia un vero e proprio effetto granita.

Filippo Novelli, partendo dall’ispirazione della tartare abbinata al tuorlo d’uovo, ha preparato per noi una tartare di fassona, condita con olio di nocciole e abbinata ad una crema all’uovo e pepe di Sichuan e ad un secondo, ardito gusto di gelato al bruss, un formaggio (ma la definizione è già inesatta) tipico delle campagne piemontesi, e dal gusto talmente spiccato che il detto recita: “Mac l’amor a l’é pi fòrt che ‘l bros”, soltanto l’amore è più forte del bruss. Forse :-)

A presto con il prossimo episodio di Torino #SocialFoodeWine!

 

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Torino la dolce {i caffè storici}

Come si fa a non amare Torino? Torino è la Parigi e insieme la Praga d’Italia: bellissima, romantica e irrequieta, colta e elegante, ma così ermetica e segreta che il suo fascino non può essere svelato che poco a poco. Giorgio De Chirico la descrisse così:

“Torino è la città più profonda, la più enigmatica, la più inquietante non solo d’Italia ma di tutto il mondo”.
G. De Chirico

Torino è più che mai bella da vivere in autunno, quando il verde dei parchi e dei giardini si indora di rosso e di bruno, l’aria si fa frizzante, il cielo si addensa di nuvole e a sera, avvolti nei primi cappottini leggeri, ci si rifugia un po’ infreddoliti nei numerosi e bellissimi caffè sotto i portici, per scaldarsi con un bicerin, un caffè sabaudo o un gianduiotto.Torino

D’autunno Torino, d’indole più gourmand che semplicemente golosa, sboccia. E quello che vi racconteremo noi è proprio un assaggio di ciò che al di là del Salone del Gusto, Torino ha da offrire in termini di itinerari urbani del gusto: Torino la dolce, la Torino del gelato, del cioccolato, dei caffè storici e dell’alta cucina di innovazione. Tra anteprime esclusive del Salone (il target=”_blank”>video-manifesto di Magorabin, il gianduiotto di gelato di Mara dei Boschi…), lezioni di gelato e di cioccolato firmate dai nomi più prestigiosi, degustazioni e passeggiate i due giorni Sweet Torino di #SocialFoodeWine #Piemonte sono trascorsi lieti e -troppo- veloci. Eccellenti padrone di casa le splendide ragazze di BITEG – Borsa Internazionale del Turismo Eno-Gastronomico e Sviluppo Piemonte: Emanuela Giorgini, Francesca Musso, Cristina Pellerino. E il “nostro” Carlo Vischi, che stavolta ci ha persino colti di sorpresa facendoci salire in cattedra per raccontare l’esperienza del blog e dei social ai suoi studenti del master di enogastronomia dello IED.

Gertosio e gli altri caffè storici: la buona tradizione

Nella celebre poesia Le Golose, dedicata alle signore torinesi, Guido Gozzano dipinge un delizioso quadretto della clientela femminile delle pasticcerie. C’è quella che mangia la pasta in fretta e di nascosto già in preda al senso di colpa, quella insaziabile che finito un dolce pensa già al successivo, quella che si informa indecisa della scelta, quella che all’assaggio sembra sciogliersi di piacere e contentezza…

[…] oh! le signore come tornano bambine!
Perché non m’è concesso,-
o legge inopportuna!-
il farmivi da presso,
baciarvi ad una ad una,
o belle bocche intatte
di giovani signore,
baciarvi nel sapore
di crema e cioccolatte?
Io sono innamorato di tutte le signore
che mangiano le paste nelle confetterie.
Guido Gozzano

Un tipico esemplare di Golosa

A leggere questi versi pare davvero di rivivere un’epoca, un costume e una città tutta. Durante il tour dei caffè storici di Torino, però, l’impressione da fantastica e sfocata si fa più vivida e reale mano mano, fino a che non ti rendi conto che quel mondo ancora esiste, e quelle signore ben vestite sono ancora lì, che mangiano le paste nelle confetterie.

AllAntica Caffetteria Baratti per esempio, la poesia Le Golose sta stampata nella bruchure e le sue protagoniste se ne stanno sedute attorno agli eleganti tavolini con piano in marmo chiaro, avvolte dal profumo dei dolci e delle caramelle e dalla luce morbida e scintillante di lumiere di cristallo, circondate da stucchi, decori e cagnolini spazzolati.

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Nell’elegante piazza San Carlo, si affaccia Stratta dal 1836, locale storico dal fascino intatto, nelle cui belle vetrine si riflette il caval ‘d brôns e fanno mostra di sé squisiti marron glacées, frutta candita, cremini, croccanti e bonbons incorniciati tra legni e cristalli preziosi. I famosi confetti sono custoditi in vezzosi astucci rosa che ricordano Versailles, e ai cioccolatini di cui era goloso Cavour è stato fatto omaggio del suo nome.

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C’è poi il caffè Mulafsano, un preziosissimo scrignetto ricco d’intarsi, specchi e stucchi, frequentato dalla Torino dei letterati, dei cineasti e dei poeti. Qui fu inventato quel triangolo millefoglie di soffice pancarré farcito di ricco ripieno, che D’Annunzio, implacabile nominista nonché assiduo frequentatore, battezzò tramezzino.

I caffè storici di Torino sono posticini bellissimi in cui vien fatto di tenere la schiena ben dritta e ridere compostamente. Sembra persino che i cioccolatini mangiati lì dentro non possano far ingrassare.

La musica cambia leggermente da Gertosio, storica caffetteria dove i pasticcini sono tutto tranne che mignon, i funghetti di pasta choux straripano di densissima crema gianduia e sonore risate si mescolano all’aroma del cioccolato. La più allegra di tutte è proprio quella del padrone di casa, Massimo Gertosio, che ha il sorriso affabile e gentile di chi ama stare al pubblico e il physique du rôle del pasticcere. Ci guida su per una scaletta a chiocciola fino dentro al laboratorio dove un Maestro Pasticcere ci mostra le lavorazioni antiche e le modernissime tecnologie. Assaggiamo i savoiardi (“gli inglesi!”) appena sfornati e ancora soffici e esultiamo di fronte al cavolo e alle zucche di cioccolato, alla sfornata delle nocciole tonde gentili delle Langhe appena tostate e alla colata di fondente.

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All’uscita dal laboratorio, storditi dai profumi golosi, accettiamo con piacere un caffè, che ci dicono sabaudo, invenzione di Gertosio. Potevamo immaginare che questo “caffè” ci arrivasse dentro a una imponente coppa interamente spalmata di crema gianduja, e affogato sotto una nuvola densa e spumosa di panna fresca e una pioggia di granella di nocciola delle Langhe? La risposta in verità è sì, potevamo: perché l’avevamo capito che da Gertosio la generosità è di casa :-)  

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Il nostro viaggio alla scoperta di Torino #SocialFoodeWine continua QUI! Nei prossimi episodi e nel nuovo video Torino la dolce, di Emanuele Martino, troverete il GELATO, il CIOCCOLATO e una TORINO NON SOLO DOLCE. Stay tuned!

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VIVA LA VIDA al Festival Internazionale del Film di Roma

Si è conclusa in questi giorni l’avventura che ci ha visti tra i protagonisti della 9° edizione del Festival Internazionale del Film di Roma con il cortometraggio di 60 secondi VIVA LA VIDAvincitore assieme a Narrazioni di Antonella Eberlin nella categoria Food Blogger (con giuria di qualità presieduta da Mario Sesti) del concorso Short Food Movie- Feed Your Mind Film Your Planet.

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Giovedì 16 ottobre siamo stati ospiti della serata di gala per l’inaugurazione del Festival Internazionale del Film di Roma. Abbiamo assistito alla prima del film Soap Opera, vissuto l’emozione del tappeto rosso, e partecipato al party di WIRED al MAXXI, Museo nazionale delle Arti del XXI secolo, con dj set dei Subsonica e tantissimi ospiti.

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Il nostro corto VIVA LA VIDA, omaggio a Frida Kahlo, ha raccolto consensi ben al di sopra delle nostre aspettative, tanto che l’organizzazione di SFM ha deciso di proiettarlo nell’evento dedicato Venerdì 17 ottobre alle ore 15.30 presso il Teatro Studio Gianni Borgna dell’Auditorium Parco della Musica, assieme agli altri 2 vincitori mondiali votati dal web:

Planet-Life-Save di Andrio Robert (Brasile)
Tetris 
di Lyubomir Petrov e Kristian Andreev (Bulgaria) -categoria Sfida Fame Zero (ONU)

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Alla tavola rotonda, alla quale erano attesi anche i ministri Maurizio Martina (Politiche Agricole) e Dario Franceschini (Beni e cultura), assenti per impegni istituzionali, hanno preso parte Eduardo Rojas-Briales (Commissario Generale delle Nazioni Unite per EXPO Milano 2015), Giovanna Marinelli (Assessore alla Cultura di Roma Capitale), Roberto Arditti (Direttore Affari Istituzionali EXPO Milano 2015), Roberto Faenza (Direttore Cinemonitor Portale New Media, Università La Sapienza di Roma), Caterina D’Amico (Fondazione CSC), Diamara Parodi Delfino (Fondazione Cinema per Roma) e la nostra meravigliosa Sabina Fiorentini in rappresentanza di AIFB – Associazione Italiana Foodblogger:

<<Noi food blogger, volenti o nolenti, facciamo parte di un occidente industrializzato in cui il cibo c’è, possiamo permetterci anche di fotografarlo, di dissertare di impiattamento, di colori, di forme, di umami, di gusto e di sapori. Era importante per noi partecipare a Short Food Movie con un messaggio che tenesse conto di tutto questo e risultasse credibile. Sono venuti fuori dei video molto interessanti che affrontano il rapporto cibo e vita attraverso diverse e personali angolazioni>>

Qui potete ascoltare l’intervento completo di Sabina.

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Tra gli altri interessanti interventi, ci ha colpito molto quello di Roberto Faenza, che ha analizzato con lucidità e vera partecipazione il fenomeno dei videomaker nativi digitali, , sottolineandone il valore e la specificità, e appellandosi alle istituzioni perché si assumano la responsabilità di un loro concreto inserimento nel mondo del lavoro.

Cliccando sull’icona qui sotto, potrete guardare il servizio di RAI Expo dedicato all’evento:

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Ringraziamenti

Io e Emanuele vorremmo cogliere l’occasione per ringraziare di cuore tutte le persone che hanno reso possibile la nostra partecipazione al Festival, a cominciare dall‘AIFB, l’associazione di cui sono onorata di far parte e, al suo interno, Roberta Restelli e Sabina Fiorentini per il loro speciale coinvolgimento; l’ideatrice del progetto Short Food Movie, Diamara Delfino Parodi di Fondazione Cinema per Roma e le sue fantastiche collaboratrici, in particolare Elena Santoro, nostro angelo custode a Roma; ed infine tutte le persone che sin dall’inizio ci hanno sostenuto, incoraggiato e hanno fatto il tifo per noi, in particolare la più entusiasta di tutti: la mia mamma! :-)

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Miele e datteri (Studio D)

Appunti di frugalitas. La dieta vegetariana degli antichi romani

MENS SANA IN CORPORE SANO è il titolo della serata di degustazione di piatti “alla moda degli antichi romani” -con rivisitazione moderna- che si è svolta venerdì 29 Agosto 2014 presso il sito archeologico delle terme romane di Montegrotto, nell’ambito del Feel Good Festival.


Grazie all’AIFB sono stata anch’io ospite della cena, allestita dall’Associazione Tavole Taureliane e accompagnata dalla visita guidata dell’area delle Acquae Patavinae attraverso letture latine a tema, musiche e approfondimenti di storia del cibo a cura di Studio D, Associazione Culturale per l’Archeologia Didattica.

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Le Tavole Taureliane

Il ricco e vario menu della serata spaziava dalla zucca al miele alla focaccia dolce di farro e mandorle, passando per le pere cotte nel vino, per la zuppa d’orzo e per i formaggi di capra. I piatti di carne, non molto numerosi, erano stati concentrati al tavolo dei secondi (mensae primae), e pur prevedendo diverse alternative, tra cui persino un maialino cotto intero, erano lì più per assecondare l’uso moderno che l’antico. Infatti, come abbiamo scoperto ascoltando le interessanti spiegazioni delle nostre esperte guide, il regime alimentare degli antichi romani era di tipo sostanzialmente vegetariano.

Una dieta semi-vegetariana bilanciata

Gli elementi principali della dieta latina erano in primis i cereali, e tra questi soprattutto il farro, dai cui chicchi tostati e macinati si ricavava una sorta di semolino con cui preparare la tradizionale plus, e il panis, il pane, di cui esistevano almeno 10 tipi, e che “non doveva mai essere toccato da una lama tagliente perché considerato cosa vivente“.

Anche le verdure erano assai importanti nella dieta dei nostri antenati latini. Lo erano al punto che Plauto, greco, li definisce “mangiatori di erbe”. L’ortaggio più diffuso era il cavolo, seguito da lattuga, cicoria, cetrioli (cari a Tiberio), funghi e asparagi (selvatici ma anche coltivati). Tra le radici la cipolla, l’aglio, il porro e la rapa, quest’ultima frequente nei testi antichi come massimo emblema di frugalitas.

Miele e datteri (Studio D)

Miele e datteri (Studio D)

Largo era anche il consumo dei legumi, tanto che molti nomi e soprannomi di famiglie romane derivano proprio da legumina: i Fabi (da fava), i Lentuli (da lenticchia), Cicerone (da cicer, cece). La dieta era completata da fichi, uva e dalla frutta in generale -genericamente denominata poma, con semi o nocciolo (malum) o a guscio (nux); dal vino, da bere con grande misura, e sempre tagliato con acqua; e dalle uova e dai formaggi.

Di carne se ne mangiava pochissima (solo il maiale era allevato a scopo alimentare), e un buon romano non avrebbe faticato ad immaginare un’età dell’oro del tutto vegetariana.

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Con le invasioni barbariche, e il contatto con i popoli nordici cacciatori e raccoglitori, la difesa da parte dei latini delle abitudini alimentari descritte sopra divenne un atto di resistenza politica e soprattutto culturale.

 Per saperne di più, abbiamo rivolto qualche domanda alla Presidente dell’associazione culturale Studio D, la disponibilissima, e preparatissima, Dott.sa Cinzia Tagliaferro.

Dott.sa Tagliaferro, prima di cominciare, ci dica: come nasce l’associazione culturale Studio D di cui è Presidente, e quali sono i suoi scopi?

Studio D – Archeologia Didattica Museologia si propone come luogo di riflessione sui Beni Culturali, archeologici in particolare, e sul Museo quale fenomeno di espressione, d’incontro, di produzione culturale e di educazione interculturale. Il nostro studio è costituito da archeologhe esperte in didattica dell’antico e intende contribuire alla conoscenza e alla valorizzazione del patrimonio archeologico ed ambientale italiano, favorendo anche il rapporto con il territorio di riferimento. Offriamo le nostre competenze sotto forma di studi, consulenze, servizi didattici ed educativi, corsi di formazione e aggiornamento, progettazione e gestione di realtà museali e parchi archeologici, catalogazione, documentazione, inventariazione di Beni Culturali, attività editoriali, organizzazione di convegni, seminari ed eventi turistico-culturali; ed anche la redazione, pubblicazione e diffusione anche in forma scritta e multimediale, di studi, mostre, testi, istruzioni, periodici, sia di carattere scientifico che divulgativo.”

Come si inserisce questa “cena alla romana” all’interno del vostro calendario di attività?  E come giudichereste il riscontro di pubblico ottenuto?

“Crediamo da sempre che la valorizzazione del patrimonio archeologico si trasmetta con una divulgazione mirata allo sviluppo del rapporto con il territorio di riferimento. E i Patavini fontes sono un comprensorio territoriale fortemente caratterizzato.
Una cena all’interno di strutture romane permetteva inoltre il recupero concreto di una quotidianità e vitalità non immediatamente percepibili dai visitatori. Il riscontro, che è stato davvero lusinghiero in termini numerici e di gradimento, è da ricercare, crediamo, nella formula adottata, progettata ad hoc per questo luogo: non una rievocazione storica ma una informazione storica su più piani in cui l’abbinamento dosato e curato dei vari “ingredienti” (restando in tema) ha fatto la differenza.”

Quali sono le fonti da cui avete tratto notizia così precisa delle abitudini alimentari degli antichi romani?

“Abbiamo attinto in particolare dai grandi classici della latinità che, a vario titolo, si sono occupati nelle loro opere di usi e costumi alimentari (da Catone, a Varrone, passando per Marziale e Petronio). Si è anche voluto prestare attenzione alla contestualizzazione cronologica, nel senso che si è fatto riferimento al periodo in cui la presenza romana ai Patavini fontes/Aquae Patavinae si è concretizzata, e cioè tra il II secolo a.C., l’epoca in cui Catone scriveva della frugalitas del suo tempo, e i primi decenni del I secolo d.C., periodo di massimo splendore per tutte le città del Veneto romano, tra cui anche, appunto, il comprensorio euganeo della Aquae Patavinae. Non abbiamo ovviamente trascurato il contesto ambientale dove le terme anticipavano di solito la coena, e il dietro le quinte della vita che qui vi si svolgeva -e qui gli attori si sono prodotti in una performance su brani appositamente selezionati.”

Il pane in un affresco di Pompei (Studio D)

Il pane in un affresco di Pompei (Studio D)

Durante la serata si è parlato degli antichi romani come di un popolo sostanzialmente vegetariano e morigerato per precise ragioni culturali e soprattutto politiche. Eppure, da questo ideale di frugalitas e salubritas, si passa alle celebri cene luculliane, e ai banchetti di Trimalchione descritti nel Satyricon. Pur ammettendo una ovvia distinzione tra fatti letterari e realtà storica, come cambiano le abitudini alimentari dei romani nell’arco del tempo e attraverso i differenti strati sociali?

“Credo proprio che si debba abbandonare l’idea che i ricchi crapulassero e i poveri mangiassero…cipolle. In pochi casi fu certamente così (bastino per tutti le figure di Trimalchione e di Lucullo). In realtà il popolo romano non mutò radicalmente le proprie abitudini alimentari nonostante l’appeal di molti prodotti esotici che arrivavano anche da paesi lontani: di fatto la base della loro alimentazione fu sostanzialmente vegetariana, senza distinzione di epoca o classe sociale.”

 

Si ringrazia lo Studio D e in particolare la Presidente Cinzia Tagliaferro per l’intervista gentilmente concessa, per i materiali forniti e la pazienza dimostrata :-)